Concime e dollari

In una gestione della terra fondata sulla rotazione, il piano di fertilizzazione non consente grandi margini di manovra rispetto alla situazione del mercato
Se è facile affrontare la questione della fertilizzazione in periodi di vacche grasse, quando i prezzi dei prodotti agricoli galoppano, il discorso perde molto del suo fascino se la tendenza è opposta, con listini in discesa sulla maggior parte delle colture, come sta accadendo quest’anno.

Beato chi ha venduto sotto trebbia, si sente dire nel caffè di piazza, dimenticando che chi è beato un anno può rientrare nel novero degli sfortunati in quello successivo, diffondendo un pericoloso fatalismo che non aiuta nella programmazione. La definizione del piano colturale, se si esclude la monocoltura di mais, deve prescindere dalla situazione contingente, nella considerazione che sono davvero rare le annate agrarie nelle quali si è avuta costanza di prezzi e oscillazioni contenute. In una gestione della terra fondata sulla rotazione, peraltro promossa e incoraggiata dalla politica agricola comunitaria, il piano di concimazione è piuttosto rigido e non consente grandi margini di manovra rispetto alla situazione del mercato. Se distribuisco meno azoto sulla coltura da rinnovo, dato che i prezzi sono bassi e non incoraggiano le anticipazioni colturali, poi avrò delle carenze sul cereale che seguirà; che ne posso sapere, oggi, di quanto pagheranno il grano duro nel 2016, in funzione del tenore proteico?

Queste incertezze, così come le oscillazioni dei listini, richiedono ormai un diverso modo di affrontare il futuro: il bilancio aziendale non deve più essere fatto solo su base annuale, ma sul medio periodo (3-5 anni), per assorbire e mediare le perturbazioni dovute al mercato e al clima. Qualcuno ha provato anche soluzioni alternative, come quella di cercare sulla piazza fertilizzanti di importazione a prezzi decisamente inferiori a quelli “a marchio”: ma l’urea non è tutta uguale e, fuori dai (labili) confini dell’Unione europea, non sempre esistono precisi vincoli giuridici sul contenuto in azoto.

L’affermazione può sembrare minacciosa nei confronti di chi compra all’estero, ma non deve essere equivocata: la regolamentazione sul titolo è soltanto uno strumento di garanzia dell’agricoltore, che non è in tal modo obbligato a fare analizzare il fertilizzante. Questo significa che chi compra urea non etichettata può benissimo farsi i campioni e sottoporli ad analisi chimica, rifacendosi sul fornitore se questi ha “barato”, o ringraziandolo se il valore è superiore; e, fra veri e presunti, di casi se ne contano parecchi, specialmente da quando ha preso piede il commercio elettronico.

Le norme sui fertilizzanti

Può essere interessante sapere che le norme sui fertilizzanti sono state rivedute e corrette, anche nel regime sanzionatorio, dal decreto legislativo 29 aprile 2010, n. 75 che ha abrogato il contestatissimo decreto 217/2006, che modificava sostanzialmente la vecchia disciplina risalente al 1984. Sui concimi Cee (i più comuni) non sono previste tolleranze oltre quelle indicate: se però il produttore ne approfitta, mettendo sul mercato un prodotto dove il “da – a” significa solo “da, più zero virgola” è soggetto a sanzioni pesanti, perché l’acquirente fa, giustamente, conto su quel punto in più che fa media (e che invece non c’è). Sui concimi non Cee, regolamentati da norme nazionali, le tolleranze massime sono espresse in percentuale, come, a titolo di esempio, il nitrato di calcio (0,4%), il solfato ammonico (0,3%), cloruro potassico (da 0,5 a 1%). Le sanzioni che colpiscono chi immette sul mercato fertilizzanti, soggetti a norme comunitarie o nazionali, con composizione diversa da quanto dichiarato o reso obbligatorio in etichetta, possono arrivare fino a 6.000 euro.

Le irregolarità nel titolo sono punite in modo diverso, in relazione alla percentuale di elemento attivo, allo scostamento, al tipo di elemento, alla sua forma (organica o minerale); allo scopo è stata inventata una formula matematica (detta, con termine criptico, varepsilon), proporzionata al danno potenziale che può procurare un titolo insufficiente. Le multe possono arrivare, in caso di marchiane adulterazioni, fino a 78.000 euro, oltre alla possibile segnalazione alla Procura della Repubblica per i risvolti penali (es. frode in commercio). Multe che non si applicano, ovviamente, ai commercianti che hanno acquistato in buona fede fertilizzanti poi rivelatisi non conformi, a condizione che la confezione sia integra: in questo caso infatti il responsabile è solo il produttore. Tutto questo per spiegare che sul mercato dei fertilizzanti, come di ogni altro prodotto, il marchio e il buon nome del fornitore sono importanti: le aziende serie e con presenza consolidata garantiscono che le unità fertilizzanti sono quelle promesse.

Le modalità di distribuzione

Le modalità di distribuzione possono fare la differenza: ogni concime ha un diverso grado di solubilità e, nel caso dei fertilizzanti costituiti da molecole organiche (come la stessa urea), richiedono un certo tempo per la scissione in elementi solubili, di cui si deve tenere conto quando si decide di intervenire. L’andamento climatico è altrettanto importante, perché una nitratazione troppo anticipata, con suoli permeabili potrebbe avere scarso effetto se viene seguita da un lungo periodo di pioggia; conta molto, in questo senso, anche la temperatura esterna e lo stadio fenologico della coltura, per valutare se l’elemento apportato può essere realmente assorbito.

Da alcuni anni si stanno diffondendo i fertilizzanti fogliari, spesso associati a fitoregolatori e stimolanti, per favorire l’assorbimento degli elementi nutritivi. Una scelta spesso obbligata, specialmente nelle ultime campagne, caratterizzate da un regime pluviometrico intenso, per favorire la rapida traslocazione dei nutrienti anche con interventi ritardati. Prima di dare la colpa alla qualità del concime, pensiamoci bene: le norme sull’etichettatura sono fortemente garantiste e ben di rado la responsabilità di uno sviluppo modesto o di un tenore proteico insufficiente sono legate a questo fattore. A volte una resa incongrua può essere determinata anche da errori di distribuzione, dovuti a una cattiva regolazione della macchina (specialmente se a distributore centrifugo) o a spargimento non omogeneo.

Uno spandiconcime, con lo stesso sistema di lancio, può avere prezzi di acquisto molto diversi: è mai possibile che ci siano costruttori esosi e benefattori? La tecnologia a volte si nasconde anche nelle soluzioni costruttive apparentemente semplici, ma determinate da un meticoloso lavoro di progettazione, di ricerca e di affinamento, supportate da tecniche costruttive sofisticate e da un montaggio a regola d’arte. Se la macchina è stata costruita all’insegna dell’approssimazione, senza quel lavoro preparatorio a cui si è accennato, di certo costerà assai meno di quella che ha richiesto una progettazione e una costruzione più curata. Gli effetti si vedono nell’uniformità di distribuzione, non intesa in senso assoluto, ma relativamente alla consistenza, alla granulometria e al peso specifico di fertilizzanti diversi. In altre parole, è possibile che uno spandiconcime, seppure di tipo economico, possa essere ben regolato su un certo tipo di prodotto e assai meno su altri: come si suol dire, anche un orologio guasto segna l’ora esatta, ma solo due volte al giorno.

Macchine certificate

Un metro di giudizio, in fase di scelta, potrebbe essere quello di cercare una macchina con prestazioni certificate: oggi, con internet, è facile procurarsi la documentazione e verificare di persona se il costruttore ha scelto questa strada. In Italia abbiamo un ente certificatore – Enama – altamente specializzato in questo campo che, a richiesta dei costruttori, ha certificato migliaia di macchine agricole proprio riguardo alle prestazioni che possono garantire in ogni condizione. Peccato che queste certificazioni servano soprattutto per vendere all’estero, dove gli utilizzatori sono assai più informati (e critici) rispetto alle prestazioni; assai meno da noi, tanto che solo una minima percentuale di acquirenti, anche professionali, si avvale di questi dati. È un vero peccato, perché uno spandiconcime che lavora 100 ettari all’anno (troppo pochi, per un contoterzista), in dieci anni di vita potrebbe distribuire circa 1.000 tonnellate di fertilizzanti, per un valore complessivo di quasi mezzo milione di euro.

Per ogni punto percentuale di fertilizzante perduto (sovrapposizione, fuori bersaglio, ecc.) il valore è di 4-5.000 euro, una differenza considerevole che deve far riflettere quando si valuta il contenuto tecnologico della macchina e il relativo prezzo. Si tenga conto che, in una distribuzione non uniforme, le piante che ricevono troppo concime potrebbero non riuscire a sfruttarlo interamente, con una perdita di efficacia; quelle che ne ricevono poco, lo sfrutteranno per intero, ma non produrranno abbastanza. Se la difformità è modesta, si può aumentare leggermente la dose; ma se supera un certo valore, il danno è ingente. Purtroppo, si fatica a rendersi conto di quanto incida la regolarità della distribuzione, perché i fattori in gioco sono tanti, e non si è mai sicuri se la colpa è stata del clima o di qualcos’altro.

Per questo è indispensabile limitare gli elementi imponderabili: uno spandiconcime in grado di garantire la massima uniformità di distribuzione, combinato con un sistema di guida assistita, tale da ridurre le perdite per sovrapposizione e incrocio, si ripaga nel giro di pochi anni. Per contro, una macchina convenzionale, specie se a girante singola, può “bruciare” tonnellate di fertilizzanti, e di prodotti non conseguiti, per un valore ben superiore al suo prezzo di acquisto: pensiamoci bene, quando scegliamo una nuova macchina. di Roberto Guidotti

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