Lavorazioni del terreno, le alternative all’aratro

@Foto Kuhn
L’aratura profonda è ancora diffusa nel nostro paese nonostante abbia costi di esercizio elevati e ostacoli la rigenerazione del suolo. Vediamo come può essere sostituita

Non è corretto sostenere che oggi si ara perché si è sempre fatto così. L’aratura come noi la conosciamo ha iniziato a diffondersi a cavallo fra gli anni 50’ e 60’ di pari passo con l’espansione del trattore. In passato, tranne rari casi in cui si ricorreva a 3 o 4 coppie di buoi con lo scopo di approfondire la lavorazione principale, l’aratura consisteva in un intervento superficiale che raramente raggiungeva i 20 cm, quasi una minima lavorazione.

Va anche sottolineato come l’approfondimento dell’aratura non è mai stato supportato dalla ricerca scientifica. Anzi studi comparativi condotti dal Silsoe Research Institute già a fine anni 90’ dimostrarono come l’aratura condotta alla profondità di 25 cm conveniva rispetto a una a 35 cm; in uno studio successivo dimostrarono che era più conveniente ridurre a 18 cm la profondità di aratura in una comparazione con arature condotte a 25 cm di profondità. Poi si fermarono, ma è probabile che un’ulteriore riduzione della profondità risultasse la soluzione migliore, ma all’epoca aratri per lavorazioni così superficiali sul mercato ancora non c’erano. Invece, ciò che moltissimi studi hanno evidenziato è come il sistema di lavorazione basato sull’aratura profonda sia estremamente energivoro e richieda molto tempo per la sua applicazione; entrambi gli aspetti incidono sui costi, il secondo riduce anche la tempestività di intervento che nelle semine primaverili e nei secondi raccolti può fare la differenza.

Aratura superficiale, fuori solco, efficace nella gestione della sostanza organica che rimane nello strato più ossigenato del suolo e al contempo, se necessario, consente di liberare il profilo superficiale dal residuo colturale (Ecomat - Kverneland)

Analisi dell’aratura

Ciononostante, l’aratro e l’aratura hanno avuto molto successo, soprattutto in Italia, uno dei paesi più restii a sostituirla con altre lavorazioni. È quindi doveroso analizzare questa operazione e verificare i motivi di questa popolarità.

Probabilmente l’azione che ha decretato il successo dall’aratro è la capacità di eliminare dalla superficie il soprassuolo erbaceo incorporandolo nel terreno. Il controllo delle infestanti ha per secoli reso difficile il mestiere dell’agricoltore, solo in parte mitigato dall’avvento del diserbo chimico: l’azione di sovescio svolta dal versoio offriva anche un letto di semina privo di vegetali e residui e questo evitava che i falcioni delle vecchie seminatrici si ingolfassero. Inoltre, l’interramento contribuiva a ridurre la carica di semi attivi, anche se con la ripetizione annuale dell’aratura l’effetto rinettante è di gran lunga insufficiente. Indubbiamente questi erano tre punti a favore dell’aratura, molto graditi in un’epoca in cui la chimica del diserbo era agli albori.

L’aratro era anche apprezzato per la sua azione decompattante, anche se tale azione è eccessivamente energica. Infatti, aratura e successive lavorazioni di affinamento disgregano la struttura del terreno sostituendola con una pseudo-struttura che dura pochi mesi. Inoltre, l’esposizione all’aria delle zolle – un tempo lunga quanto l’inverno – e l’incorporazione eccessiva di aria nel suolo espongono la sostanza organica all’ossidazione. La riduzione del contenuto di sostanza organica del suolo diminuisce progressivamente la lavorabilità, la transitabilità, la capacità di ritenzione idrica, lo scambio cationico e la capacità di trattenere gli elementi nutritivi nello strato lavorato e quindi la fertilità del suolo. Ma tali perdite sono lente e pertanto difficili da percepire e registrare. Significativa, invece, risultava la risposta della coltura a ogni approfondimento di aratura in quanto, in anni in cui concimi e fertilizzanti erano utilizzati con grande parsimonia, gli elementi nutritivi liberati dall’ossidazione della sostanza organica miglioravano la produttività dell’appezzamento. Oggi, non essendo necessario questo apporto nutritivo, viene proposto di eseguire l’affinamento del terreno subito dopo l’aratura: un modo per minimizzare l’esposizione all’aria del suolo, e di conseguenza il tasso di degradazione della sostanza organica, e ridurre il costo energetico delle lavorazioni secondarie.

Le azioni svolte dall’aratro, un tempo sicuramente preziose, sono oggi surrogate in modo più efficiente da attrezzature specializzate come ad esempio quelle per il controllo delle infestanti (sia su terreno nudo sia in presenza della coltura), per la decompattazione del suolo, per la semina su terreni coperti da residui colturali e infestanti devitalizzate. Sono anche state rivisitate in chiave moderna tecniche come la falsa semina e sviluppate attrezzature capaci di gestire le cover crop che contribuiscono a rendere meno necessario, se non superfluo, l’uso dell’aratro.

Suola di lavorazione

A fronte di alcune azioni positive, anche se oggi meno necessarie, l’aratro produce effetti che incidono negativamente sul terreno, come ad esempio la formazione della suola di lavorazione. La compressione esercitata dalla superficie inferiore del vomere e dal tallone dell’aratro crea uno strato compatto e lisciato, detto suola di aratura. Maggiore è la profondità, più elevata è la compressione e quindi più spessa e consistente la suola. Questa ostacola gli scambi con gli strati profondi e impedisce l’approfondimento delle radici; per questo motivo la suola di lavorazione determina una maggiore sensibilità del terreno sia alla siccità sia ai ristagni idrici.

La zollosità impone lavorazioni di affinamento che generano, come già sottolineato, la rottura degli aggregati più stabili del terreno e la formazione di terra fine (fenomeno della polverizzazione) che, a seconda dell’andamento meteorologico, è destinata a essere erosa da acqua o vento, o a formare una crosta superficiale che interagisce con l’emergenza dei semi.

Il consumo di gasolio per aratura e operazioni di affinamento e pareggiamento contribuisce a elevare i costi in misura tale da assorbire tutta la potenziale redditività. Tuttavia, riducendo la profondità dell’aratura e operando l’affinamento in modo poco aggressivo, ad esempio intervenendo subito dopo l’aratura, quando il suolo è ancora in tempera, il costo si riduce in misura più che proporzionale. Va però dato atto che minime lavorazioni, lavorazioni conservative e semina su terreno sodo si pongono sempre su livelli di spesa significativamente minori. Questo anche se periodicamente fosse necessario intervenire in profondità con decompattatori, che costituiscono l’operazione più energivora fra le lavorazioni conservative. Tali interventi sono da mettere sempre in conto in suoli che sono stati soggetti ad aratura profonda sia per eliminare la suola di lavorazione sia con l’intento di aiutare il terreno a rigenerare la fertilità. Tuttavia, non sono interventi sempre necessari, vanno applicati al bisogno, in terreni argillosi per i primi periodi ogni due, tre o quattro anni a seconda dello stato del suolo.

Gestire il residuo

La gestione ottimale del residuo colturale sul campo e in generale della vegetazione spontanea, nonché la gestione del liquame e letame, si ottiene con lavorazioni che distribuiscono questa sostanza organica sull’intero profilo verticale lavorato, a profondità ridotte (variabili a seconda delle quantità, ma in generale mai più profonde di circa 20 centimetri). Inoltre, nelle conservative una quota importante del materiale vegetale deve rimanere a protezione del suolo escludendo la possibilità di utilizzare l’aratro.

Quando invece è preferibile o necessario ottenere una superficie del campo priva di residui vegetali (semina di semi minuti, trapianto ecc.), l’aratura superficiale è un’importante risorsa. Escludendo gli avanvomeri, privilegiando versoi cilindrici in sostituzione di quelli elicoidali (che producono il completo rovesciamento della fetta), e in generale settando la macchina per un’aratura ritta, si ottiene una distribuzione del residuo sull’intero strato lavorato. Se la profondità è contenuta nei limiti sopra indicati si contribuisce alla rigenerazione della fertilità del suolo pur garantendo una superficie priva di residuo. Tuttavia, se l’impianto della coltura avviene in breve tempo, la mancata copertura attesa dal residuo sarà dopo poco sostituita dalla vegetazione prodotta dalla coltura stessa.

Viceversa, ricorrere ad arature rovesciate, favorire con l’avanvomere l’introduzione dello strato più superficiale del terreno sul fondo del solco e approfondire la lavorazione, impedisce l’evoluzione della sostanza organica in humus. Questo processo, infatti, richiede ossigeno e la partecipazione di micro e macrorganismi che si trovano nello strato più superficiale. L’aratura profonda, oltre a favorire la degradazione della sostanza organica nel suolo, attraverso la forte ossigenazione ostacola i normali processi di umificazione e quindi la sua reintegrazione. Il risultato è una riduzione della biomassa e un impoverimento del microbioma del suolo e in particolare di quei macro e microrganismi utili alle colture.

Alternative

La diffusione dell’aratro nel recente passato è imputabile anche alla tipologia degli acciai disponibili. Infatti, attrezzature come gli aratri monovomere potevano essere realizzate con acciai di (relativa) bassa qualità grazie al fatto che questo attrezzo è progettato per rovesciare col versoio (poco o tanto) le fette di terreno tagliate da coltro e vomere. È un’azione che può essere svolta a bassa velocità e che sollecita meno le sue componenti strutturali rispetto alle attrezzature che possono operare in alternativa.

Le attrezzature per la minima lavorazione (a dischi e ad ancore) o per la semina su sodo, invece, richiedono acciai di ottima qualità proprio, perché gli utensili che interagiscono col suolo sono soggetti a forti sollecitazioni sia per la tipologia dell’interazione (come quella di rottura del suolo realizzata dalle ancore) sia per la velocità con la quale si svolge che, combinata alle sollecitazioni indotte dal suolo, sottopone i dispositivi di collegamento del disco al braccio portautensile e dal braccio al telaio a forze molto intense. Utensili e sistemi di collegamento devono avere doti di resistenza allo snervamento, durezza, elasticità e resistenza all’usura variabile in funzione della parte di macchina dove sono impiegati. Ovviamente anche negli aratri moderni sono impiegati acciai con queste caratteristiche e hanno consentito di realizzare i polivomeri con numero di corpi molto elevato.

Le lavorazioni alternative possono essere anche profonde, ottenute affidandosi ad ancore verticali capaci di lavorare sino a 20-30 cm di profondità con lo scopo di eliminare eventuali ormaie, dirompere lo strato più alto del suolo, recuperare porosità e struttura del terreno. Vanno sicuramente privilegiate nell’impianto di colture da rinnovo come il mais. Quando terreno, coltura e disponibilità tecnologica lo consentono, la lavorazione superficiale – 5-15 cm di profondità – rappresenta una soluzione capace di preparare il letto di semina e pareggiare il suolo con grande tempestività e bassissimo costo. Queste sono quasi sempre lavorazioni conservative e rigeneratrici di fertilità, perché attuano una gestione del residuo vegetale ottimale.

Le attrezzature più indicate per questo tipo di intervento sono gli erpici a dischi indipendenti, con profilo capace di aggredire il residuo vegetale presente in copertura per favorire la sua umificazione.

Anche le attrezzature ad ancore sono indicate per le lavorazioni superficiali regolate per lavorare in superficie e contribuire, con le ali sul piede, anche al controllo delle infestanti sviluppate.


Articolo tratto da Macchine Agricole n. 1/2026

Lavorazioni del terreno, le alternative all’aratro - Ultima modifica: 2026-04-25T09:09:32+02:00 da Roberta Ponci

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