Spandiconcime o qualcosa di più?

La fertilizzazione a rateo variabile rappresenta un ulteriore passo verso le tecniche di agricoltura di precisione

Il ripristino della fertilità dei terreni agrari è un argomento antico quasi quanto l’agricoltura, se pensiamo che anche la terra vergine, dopo pochi anni di coltivazione, finisce per diventare sterile.

Un fenomeno che tuttavia non scoraggia la fame di terra coltivabile e che sottrae superfici sempre più vaste agli ambienti naturali più a rischio, come le foreste equatoriali, destinate a ridursi sempre più per effetto della pressione economica e demografica.

I costi dei fertilizzanti sono un grave problema, perché incidono in misura significativa su quelli di produzione, in particolare per i cereali

Come per altri ambienti di origine naturale – praterie e foreste – che hanno dato spazio alle grandi espansioni territoriali dei secoli scorsi, la dotazione di nutrienti si esaurisce rapidamente, spostando in avanti il confine di questa che è stata definita, erroneamente, la “civiltà”. Anche i ricchi suoli della foresta amazzonica, se privati del quotidiano apporto di sostanza organica determinato dal continuo rinnovarsi della spessa copertura vegetale, con il trascorrere del tempo si impoveriscono, perdendo elementi nutritivi per dilavamento. Se questi non vengono in qualche modo reintegrati, la perdita di fertilità conduce a rese sempre più scarse, aggravate dalle fisiopatie da carenza di questo o di quell’elemento; una pianta malata è una pianta debole, più esposta alla competizione da parte delle malerbe e dei parassiti.

Per migliaia di anni, fino alla scoperta dei fertilizzanti chimici, l’unico apporto era determinato dalle deiezioni animali, per cui l’esaurimento delle risorse naturali poteva essere compensato soltanto dall’allevamento, dalla coltivazione di specie miglioratrici e dalla messa a coltura di nuovi terreni.

Nel tempo le superfici destinate ai seminativi si sono progressivamente espanse, a danno delle aree naturali, fino alle grandi opere di bonifica del secolo scorso; dove manca la cultura ambientale, il saccheggio di terre vergini continua ancora, per quanto destinato a esaurirsi a breve. Gli apporti di fertilizzanti organici hanno mantenuto la loro importanza per la conservazione della sostanza organica e come presidio contro la desertificazione, intesa come evoluzione del suolo verso una composizione totalmente minerale, e perciò inadatto alla vita. Tali fertilizzanti sono inoltre gli unici ammessi in agricoltura biologica, una scelta che può suscitare perplessità, ma che si ritiene utile spiegare brevemente, in questo momento storico in cui le notizie vere e false si mescolano fra loro, facendo prevalere l’ignoranza sulla conoscenza.

L’impatto ambientale

L’attenzione del legislatore non è dettata da sfiducia nella scienza e nella tecnica, ma dal fatto che la produzione di fertilizzanti di sintesi può determinare un impatto ambientale maggiore rispetto a quelli di origine organica. Per esempio, la sintesi dell’ammoniaca – che sta alla base di quasi tutti i concimi azotati – sfrutta l’azoto atmosferico, una risorsa pressoché inesauribile, il cui impiego non sembra censurabile dal punto di vista della tutela ambientale; tuttavia, il processo richiede grandi quantità di energia che, ancorché derivante da fonti rinnovabili, potrebbe essere destinata ad altri impieghi. I fertilizzanti fosfatici e potassici non derivano da oscuri e “pericolosi” processi chimici, che spaventano molto una certa parte dell’opinione pubblica, ma da giacimenti naturali che prima o poi potrebbero esaurirsi, favorendo la decisione di limitarne l’impiego a casi particolari.

Considerati i tempi di esecuzione, le dosi applicate e il prezzo di acquisto, in un’ora di lavoro è possibile distribuire diverse centinaia di euro di concimi semplici

Il vero problema sta nel fatto che i concimi organici, pur provenendo da sottoprodotti di scarso valore, costano di più per unità fertilizzante rispetto a quelli di sintesi. A ciò si aggiunge la bassa e concentrazione in elementi nutritivi e lo stato fisico (umido o poco uniforme), che determina maggiori costi di trasporto e distribuzione.

Manca poi una filiera dedicata: nel Nord Italia abbiamo alcune regioni caratterizzate da una diffusa attività zootecnica, che produce grandi quantità di deiezioni che i terreni non possono assorbire, specialmente in seguito all’applicazione della Direttiva Nitrati. A causa dell’alto contenuto in acqua, il trasporto è conveniente solo a breve distanza; se invece si creasse una filiera dedicata (superando le innumerevoli difficoltà burocratiche) il fertilizzante potrebbe essere esportato anche fuori dell’area padana, andando ad arricchire i terreni più poveri. Il prodotto disidratato e pellettato, oltre alla maggiore concentrazione di nutrienti, presenta minori difficoltà di distribuzione, potendo essere impiegato in macchine per l’applicazione localizzata, quasi come un granulare.

Proprio questa formulazione, in regime convenzionale, ha favorito l’impiego dei fertilizzanti di sintesi, anche se il nostro Paese sconta un cronico ritardo rispetto alle grandi potenze agricole.

Mentre in Italia i più diffusi fertilizzanti azotati, oltre all’urea, sono il nitrato e il solfato ammonico, formulati di facile impiego e conservazione, se si esclude il nitrato ammonico al 34%, altrove sono diffuse soluzioni ancora più economiche. Ci riferiamo all’ammoniaca anidra, che si caratterizza per un altissimo contenuto di azoto (82%): costa di meno per unità fertilizzante, ma va usata con precauzione (provoca gravi ustioni) e deve essere interrata per evitare perdite; nei terreni umidi passa subito in soluzione, ma in quelli secchi può andare perduta per evaporazione.

L’incidenza dei costi

I costi sono e restano un grave problema, perché incidono in misura significativa su quelli di produzione, in particolare per i cereali che ne richiedono quantitativi elevati, pur con un valore della produzione piuttosto limitato. I prezzi sono legati a quelli di molte altre materie prime – come l’energia – con cui condividono le fluttuazioni, seppure con tempi differiti: quando i costi energetici aumentano, nel volgere di qualche mese subiscono lo stesso destino anche i concimi, con un ritardo corrispondente quando i listini dei prodotti petroliferi tendono a ridursi.

L’esame della Tab. 1 mostra però che le variazioni di prezzo sono abbastanza contenute, se si considera la media del primo e del quarto trimestre dell’ultimo triennio, anche se nel corso delle rispettive annate si sono verificate fluttuazioni più decise. Significativo, per esempio, l’incremento delle quotazioni dell’azoto ureico, salito di 7 €c/kg nel 2018 e di altri 7 centesimi all’inizio del 2019, in parziale controtendenza rispetto a quelle del nitrato ammonico, aumentato nel corso del 2018 ma diminuito all’inizio di quest’anno. Stiamo parlando di quotazioni rilevate da una Camera di Commercio (Modena) che potrebbero essere diverse da quelle riscontrate in altre province, e riguardare partite di grandi dimensioni, maggiori di quelle movimentate da un contoterzista o un’azienda agricola; ciò che conta, ai nostri fini, è la constatazione che una unità fertilizzante costa circa un euro. Considerati i tempi di esecuzione, le dosi applicate e il prezzo di acquisto, in un’ora di lavoro è possibile distribuire diverse centinaia di euro di concimi semplici; se si impiegano prodotti più sofisticati (complessi, organo-minerali ecc.) i valori aumentano.

Meglio il rateo variabile

Tutti siamo abituati a porre grande attenzione ai consumi: se da un trattore di vecchia concezione a uno dotato di controllo elettronico della catena cinematica (motore e trasmissione) si riesce a   risparmiare il 15% di gasolio, la differenza è di una manciata di euro. Non sono pochi, se riferiti a un anno di lavoro o alla vita della macchina, ma sono un’inezia rispetto al risparmio del 5% che ci può dare uno spandiconcime di ultima generazione rispetto a uno di vecchia costruzione. Resiste ancora, evidentemente, una connessione irrazionale fra resa (in quantità e qualità: pensiamo ad esempio al rapporto fra azoto e proteine nei cereali) e fertilizzazione. Pensiamo a una coltura concimata in funzione della produzione che dovremmo ragionevolmente attenderci da quel terreno: se aumentassimo la dose, il concime non utilizzato potrebbe essere dilavato e finire nelle acque superficiali o, peggio ancora, in falda. In presenza di sovrapposizioni dovute all’incrocio fra le passate e alle testate, il fertilizzante sprecato può arrivare al 10%, anche lavorando con la massima attenzione; se poi il campo presenta una forma irregolare (le famigerate “punte”), la sovrapposizione aumenta.

In presenza di sovrapposizioni dovute all’incrocio fra le passate e alle testate, il fertilizzante sprecato può arrivare al 10%

Solo una parte di queste può essere risolta con una guida assistita, e quindi senza la necessità di impiegare uno spandiconcime appositamente attrezzato; è quindi assolutamente consigliabile, in sede di programmazione dell’investimento, optare per una macchina a rateo variabile. Se ragioniamo sulla sola riduzione del sovradosaggio, l’8% di risparmio vale circa 20 €/ha, rispetto al costo complessivo di 250 euro/ha, corrispondenti a 170 kg/ha di azoto e 80 kg/ha di anidride fosforica; con una superficie dominata di 500 ettari, il risparmio è di 10.000 euro all’anno. In tale ipotesi, l’acquisto di uno spandiconcime a rateo variabile si potrebbe ripagare in breve tempo.

Tuttavia, nel rapporto fra contoterzista e cliente si verifica il ben noto sdoppiamento fra chi trae beneficio dall’innovazione tecnologica (l’agricoltore) e chi deve investire (l’agromeccanico).

Per giunta, le risorse pubbliche destinate a incentivare la diffusione delle nuove tecnologie tendono a privilegiare l’agricoltore, tradizionalmente poco propenso a investire a dispetto degli aiuti.

In sede di programmazione dell’investimento, è assolutamente consigliabile optare per una macchina a rateo variabile

Potrebbe quasi sembrare che dietro a questa impostazione si nasconda l’ipocrita considerazione che tanto il contoterzista è “costretto” a rinnovare il parco macchine, anche in assenza di incentivi, e quindi senza rischiare di ridurre il plafond a disposizione delle aziende agricole. Vogliamo sperare che nessun rappresentante delle istituzioni possa mai avere concepito un pensiero tanto cinico, anzi, da qualche tempo si comincia a pensare concretamente di aprire la porta dello sviluppo rurale agli agromeccanici.

Vantaggi per tutti

Di recente, il viceministro per le politiche agricole, alimentari e forestali, Franco Manzato si è espresso a favore dell’estensione ai contoterzisti delle azioni per lo sviluppo rurale in settori chiave come l’agricoltura di precisione e l’innovazione in agricoltura. La fertilizzazione a rateo variabile rappresenta un ulteriore passo verso le tecniche di agricoltura di precisione, perché, oltre al risparmio di concimi e al minore impatto ambientale che ne consegue, consente di modificare la risposta dei punti “deboli” del campo, sia sul piano quantitativo (resa) sia su quello qualitativo (omogeneità della produzione).

Con una superficie dominata di 500 ettari, il risparmio consentito dal rateo variabile è di 10.000 euro all’anno, per cui l’acquisto di uno spandiconcime a rateo variabile si potrebbe ripagare in breve tempo

I ragionamenti fatti per il primo step sono validi, a maggior ragione, per le tecniche più sofisticate di precision farming, perché al costo dello spandiconcime a comando satellitare si somma quello dei sistemi per la rilevazione delle produzioni e l’elaborazione delle mappe di prescrizione. Il soggetto che se ne avvantaggia è unicamente l’agricoltore, che tuttavia potrebbe non riconoscere nulla a chi ha dovuto sostenere i costi: l’esperienza delle filiere ha infatti mostrato che l’incremento di valore – il vero frutto dell’innovazione – non risale mai lungo la catena produttiva. Il compito di riconoscere questo ruolo deve essere affidato alle istituzioni, perché i benefici di carattere ambientale – riduzione del dilavamento dei concimi in eccesso e dell’inquinamento delle acque – vanno a vantaggio di tutti, e non solo delle filiere agricole.

Spandiconcime o qualcosa di più? - Ultima modifica: 2019-06-04T14:14:27+00:00 da Roberta Ponci

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