Semina su sodo e minima lavorazione sono considerate pratiche agronomiche cardine dell’agricoltura rigenerativa e, antecedentemente, dell’agricoltura conservativa. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), infatti, inserisce il minimo disturbo meccanico del suolo tra i tre principi fondamentali dell’agricoltura conservativa (insieme a copertura del suolo e rotazioni colturali), includendo esplicitamente l’abolizione dell’aratura e la semina su sodo. E per quanto riguarda l’agricoltura rigenerativa, nonostante la mancanza di una definizione universalmente condivisa, la riduzione della lavorazione del terreno tramite semina su sodo e/o minima lavorazione accomuna la maggior parte dei professionisti che se ne occupano.
In linea generale, le varie declinazioni dell’agricoltura senza aratura permettono di ottimizzare la produttività e i servizi ecosistemici, apportando una vasta gamma di benefici economici, ambientali e sociali sia agli agricoltori sia all’ambiente e alla società. Dal punto di vista aziendale, abbattono i tempi di lavoro e i costi operativi grazie alla riduzione dei passaggi meccanici; dal punto di vista agroambientale, migliorano la capacità di infiltrazione e la ritenzione idrica, riducono l’erosione e il compattamento superficiale del suolo, incrementano la sostanza organica nel lungo periodo e la densità delle comunità di micro e mesofauna. Eppure, la non aratura non è ancora lo standard. Questo articolo ne esplora alcuni limiti e suggerisce una possibilità per superarli.
La semina su sodo nel mondo
Partiamo dai fondamentali: la semina su sodo elimina completamente la preparazione del letto di semina; si effettua su terreno non lavorato, dove i residui colturali vengono mantenuti in superficie e fungono da pacciamatura per la coltura successiva. Consiste nella semina mediante l’apertura di un solco di larghezza e profondità sufficienti a garantire un’adeguata copertura del seme. Se praticata in modo convenzionale, è solitamente associata alla gestione chimica delle infestanti tramite erbicidi a largo spettro, all’impiego di rotazioni ampie e a colture di copertura. Si stima che nel mondo venga eseguita in un areale molto ampio: oltre 100 milioni di ettari, dal Circolo Polare Artico fino a circa 50° di latitudine sud, dal livello del mare fino a 3.000 m di altitudine, da zone estremamente piovose (con 2.500 mm di precipitazioni all’anno), a condizioni super aride (con 250 mm all’anno).
È diventata particolarmente popolare nelle grandi aree cerealicole delle Americhe e dell’Oceania. Primi per area di applicazione sono gli Stati Uniti, che nel 2022 hanno censito più di 42,5 milioni di ettari coltivati con questa tecnica, pari a circa un terzo della superficie agricola utilizzata (Sau) a livello nazionale. Tuttavia, in termini percentuali sulla Sau, i picchi più elevati si registrano in Sud America: il Paraguay supera il 90%, mentre Argentina e Uruguay si attestano intorno all’80%. In Brasile la media nazionale è vicina al 50%, ma in alcune regioni agricole come Mato Grosso e Goiás si arriva oltre l’80% delle superfici.

Perché tanto successo in Sudamerica
La larga diffusione della semina diretta in Sud America è stata favorita da una combinazione di fattori ambientali, economici e tecnologici. Tra gli anni ’70 e ’80, l’espansione delle coltivazioni di soia e grano in Brasile, Argentina e Paraguay, condotta con lavorazioni convenzionali intensive, provocò gravi fenomeni di erosione e degrado del suolo. In molte aree agricole il suolo perdeva fertilità e sostanza organica, mettendo a rischio la sostenibilità della produzioni. Di fronte a questa crisi, gli agricoltori individuarono nella semina su sodo una soluzione efficace per ridurre l’erosione, conservare l’umidità del suolo e migliorare la produttività.
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