Il contoterzismo moderno nasce con la trebbiatura (e l’aratura, senza dubbio) e il contoterzista, in molti areali, è ancora identificato con il trebbiatore.
La provincia di Piacenza, con le sue valli appenniniche, è territorio da grano per eccellenza, sebbene il pomodoro da industria abbia ormai colonizzato le aree pianeggianti. E dunque, torniamo a parlare di trebbiatori piacentini: dopo aver fatto conoscenza, sul numero 2/2026, con i fratelli Marchesi, che non soltanto usano, ma anche progettano macchine autolivellanti, saliamo di qualche decina di chilometri lungo la val Tidone per incontrare Franco Zanardi e suo fratello Fausto, agromeccanici di piccolo calibro, ma lunga e approfondita esperienza. In materia di mietitrebbie, per cominciare. Una chiacchierata con loro equivale a una full immersion nella storia dell’autolivellamento italiano. Che è poi la storia dell’autolivellamento tout court, dal momento che queste macchine nacquero nel nostro paese ormai 71 anni fa e ancor oggi sono in larga parte progettate e realizzate lungo la Penisola.
Trebbiatori da una vita

«Fondammo la nostra azienda nell’agosto del 1983, quando tornai dal servizio militare. Ero cresciuto in una famiglia di agricoltori, per cui conoscevo il lavoro. Decisi allora di aprire una partita Iva come azienda in conto terzi e acquistai la mia prima mieititrebbia: una Laverda M 112 AL, motorizzata Perkins. A quei tempi, era quasi un prototipo», ricorda Franco.
Da quel primo acquisto partì un’avventura che porta fino ai giorni nostri. «Di Laverda ne comprammo una decina, anche perché negli anni d’oro avevamo tre macchine in azienda. Ne usavamo due, la terza era in appoggio nei momenti di massima attività o come scorta in caso di problemi. A quei tempi le autolivellanti non avevano tanti anni di vita e la produttività in collina era bassa. Lavorando dalle 8 di mattina a mezzanotte non si arrivava a raccogliere 10 ettari.

Anno dopo anno, passarono nel nostro capannone un po’ tutti i modelli da collina fatti a Breganze. Le 3350 AL per esempio: ne comprammo diverse. La prima New Holland, invece, fu una 8070. L’acquistammo nel 1995, perché la nuova autolivellante, la AL59, andò esaurita in pochi mesi, quando fu presentata. Comunque, la 8070 era, per i tempi, mostruosa. Il suo segreto era il recupero laterale, che non riportava il prodotto sul battitore, ma sui crivelli. Se ben regolato, questo sistema le dava una marcia in più rispetto a tutte le altre macchine del periodo. La tenemmo quasi vent’anni, fino al 2013, tanto andava bene.
Alle soglie del Duemila comprammo invece la famosa AL59, altra macchina eccezionale, che usammo fino al 2017, per venderla poi a un collega. Passammo saltuariamente a Laverda, per esempio a inizio del millennio, essenzialmente per ragioni di capacità del serbatoio granella, troppo piccolo sulle New Holland dell’epoca. La 2450 AL immatricolata nel 2002 è rimasta con noi fino a due anni fa. Attualmente, abbiamo ancora una Laverda in azienda: una AL Quattro Evo, comprata usata ma praticamente nuova - appena mille ore di battitore - da un agricoltore toscano».
Le macchine abitualmente utilizzate, tuttavia, sono due CX 5090 Hillside Elevation della New Holland. «Mietitrebbie eccellenti, ma diverse. L’ultima arrivata, che appartiene alla generazione successiva, ha il piano di separazione sdoppiato, per cui la pula non cade sul crivello, ma resta per aria ed esce direttamente dal retro. Questo fa una grossa differenza, in quanto i crivelli non devono smaltire tutta quella sporcizia e lavorano molto meglio. In più, la nuova 5090 ha l’elevatore di granella più largo di 5 cm e grazie a questo riesce a portare via molto più prodotto senza farlo passare dalla pulizia. Insomma: hanno fatto davvero un ottimo lavoro».
Anche, conclude l’agromeccanico emiliano, nel livellamento: «È una macchina grande e alta, ma in pendenza è molto stabile. Per usarla ci vuole un po’ di competenza, come per tutte le mietitrebbie da montagna, però standoci sopra non si ha mai la sensazione di essere in pericolo».
Un lavoro che non paga più

«Il vero problema è che si fanno sempre meno ore. Trent’anni fa una campagna caricava 500 ore su ogni macchina, oggi a 500 ore non ci arrivano nemmeno i contoterzisti di pianura. Figurarsi qui in collina, dove le produzioni sono inferiori e il prezzo del grano è uguale alla pianura», dice con rammarico Zanardi.
«La montagna — prosegue — si sta spopolando e i terreni restano incolti. Non soltanto perché i giovani non vogliono fare gli agricoltori: è tutto il sistema che non funziona. Ogni anno prendiamo una nuova mazzata. Fosse soltanto una, passi, ma quando sono quattro o cinque di fila, si fa fatica a stare in piedi».
Per dar concretezza al ragionamento, Zanardi elenca: «Nel 2022 ci fu la siccità, poi allagamenti e pioggia continua per due anni. Il 2025, qui da noi, ha dato rese scarse e ora che si sperava di fare qualcosa di decente, è arrivata la guerra. Con il gasolio ai prezzi attuali, per far andare la mietitrebbia ci vorranno 200 euro in più al giorno. E chi ce li dà? Non gli agricoltori, che già faticavano a pagare il lavoro con il gasolio a costo normale. Se continua così, tempo tre anni e in collina ci sarà metà del grano che c’è oggi. E già è poco adesso: non avevo mai visto una campagna magra come quella del 2025, per superficie da raccogliere».

La crisi, prosegue l’agromeccanico emiliano, va al di là dei cereali a paglia. «Negli anni passati si era creato un giro di colture alternative che per noi era una manna. Per esempio, i ceci, che maturano dopo il grano. Siamo arrivati a raccoglierne quasi cento ettari, impegnando le macchine in un periodo in cui, altrimenti, sarebbero ferme. C’era la medica da seme, ma con il rialzo delle temperature, hanno smesso di farla. Il girasole non lo possono mettere per via dei selvatici. E finiamo con il mais: nelle zone di pianura ce n’era sempre un po’ da raccogliere, ma adesso va tutto nei digestori».
La raccolta è diventata insomma un lavoro quasi in perdita. «Avevamo un bel giro, che gestivamo in modo dinamico, tranquillo, con due macchine in campo e una pronta per le emergenze. Oggi, sono contento di non avere debiti sulle mietitrebbie. Quando dovrò cambiarne una, non so se lo farò, visto quel che costano».

Crescono le lavorazioni alternative
«Volete sapere cos’è che mi dà da mangiare oggi? Ecco, è quell’affare lì», sbotta Franco Zanardi, indicando un New Holland da 100 cavalli attaccato a un’irroratrice della Caffini. «Abbiamo sempre più gente che ci chiama per i trattamenti. Che sembrano una cosa da poco, ma se non sei esperto, non sono facili da fare. Infatti, chi negli anni scorsi si era comprato la botte, ha combinato dei mezzi disastri e ha lasciato perdere. Succederà forse lo stesso con quelle aziende agricole che si stanno attrezzando con la mietitrebbia, ritirando degli usati piuttosto vecchi. Le macchine bisogna saperle usare, non ci si improvvisa trebbiatori. Specialmente se parliamo di autolivellanti».
I trattamenti, dunque, sono diventati una delle principali fonti di reddito aziendale. Un’altra sono le semine su sodo. «Per anni non le ha volute fare nessuno; oggi ce le chiedono tutti. Lo scorso anno c’è stata un’esplosione della domanda: più per le foraggere che per il tenero da granella». Gli Zanardi, per questo scopo, sono attrezzati con due Semeato, che Franco considera un po’ «le Ferrari della semina su sodo. C’è poco da fare - spiega - sono macchine pensate per fare questo e lo si vede bene. Sull’asciutto non hanno rivali: per quanto il terreno sia duro, riescono a seminare comunque. Se si parla del bagnato… beh, col bagnato la seminatrice da sodo è meglio lasciarla dentro al capannone».
Servizio alla piccola agricoltura
La conclusione di Zanardi può sembrare retorica, ma soltanto a chi non conosce la realtà delle aree disagiate. «Un’azienda come la nostra aiuta a mantenere viva l’agricoltura in montagna. Serviamo aziende da cui un grosso contoterzista non andrebbe, perché per lui sarebbe soltanto una perdita di tempo. Non siamo benefattori, lo facciamo anche nel nostro interesse: ci siamo ritagliati questa nicchia, in cui lavoriamo bene e dove non abbiamo grande concorrenza. Allo stesso tempo, diamo agli agricoltori un servizio che altrimenti non avrebbero e così, tutti assieme, andiamo avanti: loro non potrebbero trattare con un grosso contoterzista e noi, media azienda, faremmo altrettanta fatica confrontandoci con grosse realtà agricole, perché dovremmo sempre piegare la testa.
Questo equilibrio momentaneo fa contenti tutti, ma se gli anziani smetteranno e nessuno prenderà in mano la loro terra, ci troveremo con le valli spopolate e incolte, grossi problemi di gestione del territorio e in sostanza sarà peggio per tutti».
Fate la partnership non la guerra
Pur lavorando in una nicchia di mercato, i fratelli Zanardi hanno frequenti rapporti con i colleghi. «Con alcuni in particolare, collaboriamo costantemente. Per esempio, l’azienda dei fratelli Zacconi di Castelsangiovanni (Pc): con loro ci confrontiamo settimanalmente e ci diamo un aiuto reciproco. Farsi concorrenza, del resto, è una cosa stupida. Soprattutto su lavori come trebbiatura e aratura. È una guerra da poveri, c’è soltanto da perderci. Molto meglio collaborare e trovare tutti il proprio spazio».






