Difesa fitosanitaria alla prova del Pan

I controlli funzionali alle macchine irroratrici sono diventati obbligatori il 25 novembre 2014, per i contoterzisti, e lo stesso giorno di due anni dopo per gli agricoltori
Controllo delle irroratrici ancora in primo piano. A fine 2019 pare che le verifiche abbiano riguardato appena un terzo del totale

Il piano d’azione nazionale per l’uso sostenibile degli agrofarmaci (Pan) compie sette anni, essendo stato emanato con il decreto ministeriale del 22 gennaio 2014, in applicazione della direttiva n. 128 del 2009, recepita in Italia con il decreto legislativo n. 150/2012.

Un processo lungo e complesso, che ancor oggi non è stato completato: i controlli funzionali alle macchine irroratrici sono diventati obbligatori il 25 novembre 2014, per i contoterzisti, e lo stesso giorno di due anni dopo per gli agricoltori.

Secondo le stime di allora, avrebbero dovuto esserci almeno 600.000 fra barre e atomizzatori da collaudare, un numero credibile se riferito al totale delle aziende agricole allora esistenti; ma alla prova dei fatti, a fine 2019 pare che i controlli abbiano riguardato appena un terzo del totale.

Resistenza incomprensibile

Perché tanta ostilità? Se è vero che i prodotti agricoli “made in Italy” sono i più sani del mondo, ci saremmo immaginati che i controlli funzionali sarebbero iniziati assai prima che diventassero obbligatori. L’incomprensibile resistenza manifestata dalle aziende agricole potrebbe essere vista come la conferma che c’è qualcosa da nascondere e la diffusione fra i consumatori dell’immagine di un’agricoltura che “inquina più del traffico” potrebbe non essere dovuta solo a persuasori occulti, ma a una politica sindacale di retroguardia. Come si potrebbero altrimenti definire le prese di posizione di esponenti di spicco del mondo agricolo che, in sede di prima applicazione del Pan, si sono allargati a consigliare agli associati di non fare nulla, scaricando tutta la responsabilità sulle imprese agromeccaniche? È questa l’immagine che vogliamo dare dell’agricoltura italiana? I nostri prodotti sono i migliori, ma non vi diciamo come li abbiamo ottenuti; vi dovete fidare di noi, ma non siamo disposti a essere controllati; noi non impieghiamo fitofarmaci pericolosi, ma poi non vogliamo dire né cosa usiamo, né in quali condizioni.

La normativa in materia di prodotti fitosanitari è molto complessa e soggetta a vincoli assai rigidi, che possono incrementare gli errori

Per un agricoltore porre troppe obiezioni rispetto al tracciamento della difesa fitosanitaria è controproducente, perché induce nel consumatore l’errata convinzione che il rifiuto delle regole serva a coprire chissà quali abusi. Se i comportamenti delittuosi, lesivi della salubrità dei prodotti agroalimentari, sono estremamente rari, le irregolarità negli adempimenti sono più diffuse di quanto si potrebbe credere.

Quanti contoterzisti hanno scoperto che il loro numero di patentino era stato usato per poter vendere presidi sanitari ad agricoltori che non lo avevano rinnovato, o nemmeno richiesto?

Sappiamo che qualche agricoltore si è spinto a chiedere all’impresa agromeccanica di dichiarare il falso per tentare di giustificare impieghi di fitofarmaci per i quali mancava sia l’autorizzazione (patentino) sia il certificato di collaudo dell’irroratrice. Ora, se rispondere alle esigenze del cliente è considerato un dovere da parte delle imprese di servizi, bisogna stare molto attenti a non prestarsi a simili giochetti, che oltre alle sanzioni amministrative possono comportare varie conseguenze penali. Spesso queste “soluzioni” sono suggerite da consulenti di pochi scrupoli e di scarsa preparazione, che dietro allo scopo di aiutare il cliente – in qualche modo giustificabile – nascondono la volontà di sottrarsi a possibili contestazioni per non avere saputo prevenire il problema.

Normativa complessa

La normativa in materia di prodotti fitosanitari è tuttavia molto complessa e soggetta a vincoli assai rigidi, che possono incrementare gli errori: per esempio, quando la dose per ettaro non prevede un minimo e un massimo; ovvero quando l’etichetta non contempla quella coltura, oppure definisce una destinazione diversa (per esempio, da frutto piuttosto che da seme). In questi anni i controlli funzionali sono stati estesi a tutte le tipologie di macchine (sono escluse solo quelle ad azionamento manuale) anche se si sono registrate varie incongruenze: accanto a contoterzisti che sono già arrivati al quarto controllo periodico esiste una miriade di agricoltori che non hanno ancora eseguito la prima verifica.

Pur senza sapere cosa nasconde il nuovo decreto, si ha motivo di ritenere che alcune disposizioni saranno ancora più severe

Fra l’altro, il Pan 2014 è in realtà abbondantemente scaduto (i 5 anni terminavano il 25/11/2019), senza che sia stata ancora emanata la nuova versione; fonti del Ministero delle Politiche agricole dicono però che dovremmo essere vicini alla meta. Il ritardo non è dovuto solo all’emergenza sanitaria, come si potrebbe pensare, quanto piuttosto agli interessi contrastanti che il Piano deve tentare di salvaguardare: oltre al dicastero agricolo sono coinvolti vari ministeri (fra cui Ambiente e Salute) oltre alle regioni e province autonome. Durante la sessione di consultazione pubblica, tenutasi nell’autunno 2019, sono state formulate migliaia di osservazioni che hanno richiesto vari mesi per la sola catalogazione, allungando ulteriormente i tempi di approvazione della versione definitiva.

Da quanto detto potrebbe sembrare che l’agricoltura italiana sia in perenne ritardo, ma non è così.

La Direttiva 2009/128 non ha avuto un’applicazione omogenea all’interno dell’Unione europea: alcuni paesi hanno già varato varie disposizioni applicative, più o meno complesse, mentre altri sembrano essersi limitati a modificare le preesistenti norme nazionali.

Cosa chiederà il nuovo Pan?

Così, mentre noi ci stiamo preoccupando in anticipo su quelle che potrebbero essere le richieste del nuovo Pan, altri Stati adottano regole più permissive, almeno in apparenza, lasciandoci la strana sensazione di dover fare da cavie per gli altri. Pur senza sapere cosa nasconde il nuovo decreto, si ha motivo di ritenere che alcune disposizioni saranno ancora più severe: un comportamento decisamente ipocrita, se pensiamo che appena un terzo delle aziende agricole si è già messo in regola con il Pan del 2014.

La constatazione che i contoterzisti e gli agricoltori più strutturati abbiano già adottato comportamenti rispettosi per l’ambiente, rappresenta un grande successo

Viene da chiedersi se tutto questo sia giusto: sicuramente no, perché costoro sono proprio quelli che fanno più male all’immagine della nostra agricoltura, innescando possibili sospetti sulla salubrità del “mangiare italiano”. Se però usciamo dalla logica agricola e ci caliamo in quella ambientale, la constatazione che i contoterzisti e gli agricoltori più strutturati (pochi di numero ma con grandi superfici) abbiano già adottato comportamenti rispettosi per l’ambiente, rappresenta un grande successo. Piuttosto bisogna stare attenti – e ci auguriamo che i nostri rappresentanti lo abbiano fatto – che a livello comunitario non prevalgano logiche di tipo quantitativo, piuttosto che qualitativo come sembra si verifichi ormai da qualche anno. L’Unione europea sta infatti riducendo drasticamente il numero dei principi attivi ammessi, con una vera e propria crociata che sta privando di efficaci mezzi di difesa più le colture mediterranee di quelle dell’Europa continentale.

Questo comportamento, al di là delle motivazioni legate alla tutela della salute e dell’ambiente, sta penalizzando l’Italia, senza che si levi alcuna voce contraria: di questo passo rischiamo di doverci riconvertire a un modello agricolo mitteleuropeo fondato solo sulle commodities.

Poiché i consumatori non smetteranno di mangiare prodotti ortofrutticoli per sostituirli con il pane di segale, il rischio di aumentare la nostra dipendenza dall’estero è reale, anche su quei prodotti che oggi rappresentano una quota importante del “made in Italy”.

Pesanti interessi nazionali

Il problema è reale e mostra ancora una volta che dietro alle politiche comunitarie si celano pesanti interessi nazionali, che l’Italia spesso è costretta a subire in mancanza di una visione strategica di lungo periodo. Il male oscuro che attanaglia la politica italiana – l’incapacità di fare progetti di ampio respiro – di cui abbiamo avuto un amaro esempio in occasione della pandemia è quello che sta portando alla distruzione di colture importanti non solo per l’economia, ma anche per il paesaggio.

Il Pan non deve avere lo scopo di ridurre l’impiego dei fitofarmaci, ma di ridurne gli effetti negativi sugli operatori e sulla popolazione, oltre che sull’ambiente rurale, nel rispetto della Direttiva 128

Il Pan non deve avere lo scopo di ridurre l’impiego dei fitofarmaci, ma di ridurne gli effetti negativi sugli operatori e sulla popolazione, oltre che sull’ambiente rurale, nel rispetto della Direttiva 128; se diventa terreno di scontro per battaglie ideologiche o elettorali, perde la sua funzione. Ci auguriamo che la nuova versione segua i criteri della norma originaria, che sia applicata con equità e che i controlli siano uniformi su tutto il territorio nazionale. La pandemia da Covid-19 ha mostrato che esistono forti differenze fra le regioni, che influenzano anche il settore fitosanitario, e questo spiega perché accanto a territori dove il Pan è stato applicato con la massima attenzione fin dall’inizio, ce ne siano altri dove non erano neppure stati costituiti i centri per le verifiche funzionali, né ci era preoccupati della formazione dei tecnici.

In queste regioni, se è stato possibile fare partire i controlli sulle irroratrici, lo si deve all’iniziativa (lodevole) di soggetti privati che si sono attrezzati con laboratori mobili, nel generale disinteresse delle istituzioni pubbliche. Esistono poi regioni dove tutti i soggetti professionali sono in possesso del patentino, e altre dove i corsi si svolgono col contagocce: la competenza regionale in materia di formazione professionale ha mostrato che senza un autorevole coordinamento centrale le autonomie e il localismo portano solo a disuguaglianze.


Difesa degli insetti impollinatori

Uno degli obiettivi del Pan dovrebbe essere quello della difesa degli insetti pronubi, che con la loro attività garantiscono l’impollinazione di svariate colture, un settore che solo da poco tempo ha avuto pieno riconoscimento. Se infatti l’apicoltura, come attività economica, ha sempre goduto di attenzioni da parte dello Stato e delle regioni, oltre che di aiuti e sovvenzioni, l’influenza degli impollinatori sulla riproduzione dei vegetali, da frutto o da seme, era stata a lungo trascurata.

Solo da pochi anni (2017) è stato sottoscritto un protocollo nazionale per la difesa dei pronubi – di cui gli agromeccanici sono stati fra i promotori – che ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico presso il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.

L’interesse delle imprese agromeccaniche scaturisce da motivazioni pratiche, legate al crescente ricorso al contoterzismo per la gestione della difesa delle colture e al fatto che i primi a subire contestazioni in caso di morie di api sono proprio coloro che impiegano le macchine più visibili.

Un comportamento semplicistico, per almeno due motivi: prima di tutto, le api non sono i soli impollinatori (anche se degli insetti selvatici non si interessa nessuno); secondo, sono proprio i contoterzisti ad avere le maggiori competenze tecniche e macchine aggiornate e controllate.

Inoltre, sono fra l’incudine e il martello: da un lato, i divieti e le sanzioni per i danni ambientali colpiscono l’esecutore materiale, e non chi ha commissionato il lavoro, deciso quali prodotti impiegare e stabilire il periodo o il giorno del trattamento. Poiché chi decide è l’agricoltore, dovrebbe essere lui a finire sul banco degli imputati, e non colui che per sventura si trova al volante del trattore o del semovente; d’altra parte, l’interesse economico a fare il trattamento ricade su chi ha la titolarità della coltura.

Esistono inoltre interessi contrastanti, anche per lo stesso agricoltore: se un parassita rischia di compromettere la produzione, un intervento al momento sbagliato (o con un prodotto non idoneo) può bloccare l’impollinazione e provocare danni altrettanto gravi. Il fenomeno è particolarmente sentito nel settore della produzione delle sementi e non è un caso se fra i primi promotori dell’iniziativa ci sono state proprio le industrie sementiere, accanto alle imprese che vendono prodotti fitosanitari, agli apicoltori e, di conseguenza, agli agricoltori.

I primi anni di attività di questo gruppo interdisciplinare hanno evidenziato come ci sia ancora molto da imparare e da costruire per rendere fra loro compatibili esigenze spesso contrastanti.

Non bisogna inoltre dimenticare che, quando si parla di api, al danno ambientale si aggiunge quello economico, poiché viene colpita un’attività di produzione zootecnica, con importanti riflessi su piano della sanità e salubrità degli alimenti prodotti.

Difesa fitosanitaria alla prova del Pan - Ultima modifica: 2021-01-10T07:07:32+01:00 da Roberta Ponci

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