Falciatrinciacaricatrici, i prodotti di punta

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Le trince, ancor più di altre macchine da raccolta, vengono prodotte in un numero esiguo di esemplari
Le notevoli potenze impegnate nei modelli attuali comportano soluzioni tecniche e materiali d’avanguardia

La falciatrinciacaricatrice, così come altre macchine da raccolta, è il prodotto di punta di ogni costruttore, sia per le elevate potenze impegnate sia per il costo di acquisto.
La corsa all’aumento delle potenze, una delle caratteristiche di questo mercato, pone infatti sempre nuove sfide a livello tecnico, legate all’impiego di materiali di altissima qualità che hanno un effetto significativo nella determinazione del costo di produzione. Di certo le notevoli potenze impegnate comportano soluzioni tecniche e materiali d’avanguardia, resi necessari dalle fortissime sollecitazioni prodotte dal lavoro di trinciatura; ma se ci riferiamo ad altri macchinari – o veicoli – di impiego professionale, contano molto anche i numeri. Se prendiamo ad esempio un veicolo industriale, deve essere in grado di percorrere oltre un milione di chilometri, corrispondenti a 15-20.000 ore di funzionamento, senza troppi problemi; a parità di potenza, una trincia (di classe media) ha un prezzo di listino decisamente superiore. Le analogie finiscono qui, perché i grandi numeri che caratterizzano le vendite degli autocarri consentono di ridurre considerevolmente i costi, dal progetto alla produzione di serie.

Un mercato di circa 70 unità annue

Le trince, ancor più di altre macchine da raccolta – come le mietitrebbie – vengono prodotte in un numero esiguo di esemplari: in un mercato come il nostro, con meno di 100 unità vendute (80 nell’ultima stagione), i modelli a listino sono almeno una trentina, a cui si devono aggiungere le varie versioni. Benché i numeri sulla scala mondiale siano assai diversi, sono ben pochi i modelli che possono contare su produzioni di migliaia di esemplari, inferiori di almeno un ordine di grandezza rispetto ad altri macchinari d’impiego professionale.

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Nella trincia, che lavora con un carico medio superiore all’80-90%, il motore deve essere progettato per garantire la “tenuta” del regime di rotazione sotto sforzo e un’erogazione costante della potenza

Ma le mancate economie di scala non bastano a giustificare prezzi dell’ordine di 30.000-40.000 euro per tonnellata, o 900 €/hp, superiori a ogni altra macchina agricola: qui entrano in gioco altri fattori legati alle caratteristiche delle trince. Innanzi tutto, sui prezzi pesa la particolare richiesta di potenza: in altri settori, come nella trazione stradale, il motore gira con minimo carico, a un regime di riposo, e sfiora il massimo solo in salita o in accelerazione; nelle macchine agricole il carico medio è sempre assai inferiore a quello massimo, anche nella mietitrebbia, dove si richiede solo un regime di rotazione costante. Da quando è divenuto più facile aumentare le potenze specifiche attraverso la gestione elettronica del motore, le massime prestazioni vengono raggiunte solo in particolari condizioni; ecco allora che – per i trattori, per esempio – si distingue la potenza fra nominale, massima e con overboost.
Nella trincia, che lavora con un carico medio superiore al 80-90%, il motore deve essere progettato per garantire, oltre alla “tenuta” del regime di rotazione sotto sforzo, anche un’erogazione costante della potenza, assai vicina a quella massima. Il peso del rotore, a questo fine, è un’arma a doppio taglio: se aiuta a tenere costante il regime di rotazione, a vantaggio dell’uniformità del lavoro, la maggiore inerzia è un ostacolo per riprendere i giri dopo un calo dovuto a un ingolfamento. Nella trincia, a differenza di altri mezzi, il motore è sempre al massimo, con pochi e brevi momenti di “respiro”, nelle manovre e nei trasferimenti su strada.

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Il rischio di sovradimensionare la trincia in relazione
alle proprie reali necessità non va sottovalutato, trattandosi
di uno strumento di lavoro che va da 300.000 euro in su

Analizzando le caratteristiche di alcuni modelli, per costruttori che si avvalgono di motori similari per varie applicazioni (trattori, mietitrebbie, trince ecc.) si scopre che la stessa serie ha una taratura assai diversa a seconda dell’impiego. La differenza di potenza erogata, nei casi esaminati, può variare dal 10 al 30% in meno per la trincia, proprio in considerazione della richiesta di potenza costante per ore e ore di lavoro. Nel caso in cui i componenti interni siano diversi a seconda della macchina, il maggior costo influisce sul prezzo di vendita, mentre se sono gli stessi hanno comunque un’incidenza economica dovuta ai rischi del post vendita (garanzia, assistenza ecc.). Bisogna poi considerare che per le macchine di alta gamma la motorizzazione non è realizzabile con un propulsore di grande serie (6 cilindri, con cilindrata fino a 14-15 litri), ma ci vuole un motore più frazionato, a 8-12 cilindri, di grande cilindrata e con una potenza che supera, in alcuni modelli, i 1.000 cavalli. Queste unità, con cilindrate dell’ordine dei 20-24 litri, hanno un costo di produzione molto elevato, dovuto sia al minor numero di esemplari sia alle sue caratteristiche costruttive, pensate per impieghi che richiedono un’altissima affidabilità protratta nel tempo.

La questione inquinamento

Che si tratti di un gruppo elettrogeno su un’isola, una macchina movimento terra che opera in mezzo al deserto o una trincia che deve totalizzare 600 ore in 40 giorni, a cavallo delle ferie estive, le necessità sono sempre le stesse e la qualità, ovviamente, costa. In questa classe di potenza le specifiche antinquinamento sono meno sofisticate e il valore del propulsore sta soprattutto nelle componenti strutturali, a differenza delle unità più piccole, dove la continua ricerca sulle emissioni “brucia” enormi risorse su qualche parte per milione di ossidi di azoto o di idrocarburi incombusti.

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L’intensità della trinciatura è fondamentale, in relazione all’impiego dell’insilato

È singolare che proprio un settore come l'agricoltura, dove le potenze impegnate per unità di superficie sono esigue rispetto ad altre attività, sia soggetta alle medesime norme antinquinamento, con un'incidenza del tutto trascurabile sull'inquinamento ambientale. Prima o poi qualcuno dovrà trovare il coraggio di infrangere questo moderno tabù, andando a calcolare l’impatto ambientale dovuto alle macchine agricole rispetto al totale dei veicoli a motore, o all’insieme delle attività agricole. Dato che la trinciatura dei foraggi è finalizzata alla zootecnia specializzata, troppo spesso accusata di “consumare” risorse (che peraltro essa stessa produce...) e di inquinare assai più di quella tradizionale, vale la pena di aprire una parentesi su questo argomento.
Le deiezioni lasciate sul terreno dagli animali allevati allo stato brado producono gli stessi quantitativi di metano, ammoniaca e anidride carbonica di altre tecniche di allevamento: tuttavia, se i reflui sono raccolti e utilizzati in impianti per il recupero del biogas e per la stabilizzazione del digestato, la quota di questi gas serra, dispersi in atmosfera, è radicalmente inferiore. Non è detto, quindi, che tutto ciò che appare “naturale” faccia bene al nostro pianeta, e questo è ben visibile nella produzione intensiva di cereali foraggeri – come mais e triticale – che consentono di allevare lo stesso numero di animali con una superficie investita sensibilmente inferiore; inoltre, il controllo del ciclo produttivo permette di risparmiare risorse preziose.
La falciatrinciacaricatrice è uno degli elementi chiave di questo processo, perché consente di differire nel tempo la produzione foraggera rispetto alle esigenze – assai più costanti – degli animali che se ne cibano. La produzione naturale di foraggi è caratterizzata da forti sprechi: le erbe che non entrano nella catena alimentare si decompongono restituendo all’atmosfera l’anidride carbonica che le hanno sottratto con il processo fotosintetico, e solo una minima parte viene fissata nel terreno. Il processo biologico realizzato con la digestione – prima nel capo allevato, poi nell’impianto di trasformazione – libera in atmosfera una quota molto inferiore di CO2, che resta in gran parte legata in composti organici della frazione solida del digestato, insieme ai composti azotati, andando a creare l’humus di cui i nostri terreni hanno tanto bisogno.

La qualità della trinciatura

Scopo della trinciatura è proprio quello di limitare questa perdita di risorse, e infatti la qualità della trinciatura incide in misura notevole sull’andamento dei processi fermentativi, capaci di aumentare la digeribilità dell’insilato e le sue capacità nutrizionali. Non a caso l’intensità della trinciatura è fondamentale, in relazione all’impiego dell’insilato: se più fine, accelera il processo fermentativo, se più grossolana lascia più tempo per completare l’insilamento. Una fibra più lunga migliora l’attività ruminale, a vantaggio soprattutto dei capi in lattazione; se il trinciato è destinato a digestione diretta, è invece preferibile una trinciatura più fine per aumentare la superficie di attacco da parte dei microrganismi e ridurre la quota di fibra non digerita, che non entra nel processo di trasformazione energetica.

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Per le macchine di alta gamma la motorizzazione non è realizzabile con un propulsore di grande serie, ma ci vuole un motore più frazionato, a 8-12 cilindri

Un’attenzione crescente, a questo proposito, riguarda i dispositivi per la rottura della granella, che devono essere attivi ed efficaci anche con una maggiore lunghezza di trinciatura, per compensare la minore capacità fermentativa di una trinciatura meno aggressiva. Le trince di oggi, rispetto a qualche anno fa, costano di più anche perché è aumentata la polivalenza e la capacità di passare da un prodotto all’altro mantenendo lo stesso standard qualitativo; possono cambiare potenza e produttività oraria, ma le macchine sono assai simili. Rispetto alle mietitrebbie, in cui il livello di prezzo varia di un fattore 3 o 4 fra il modello di punta e quello più economico, sulle trince le differenze sono assai più limitate, perché anche i modelli meno potenti hanno comunque caratteristiche comuni con il resto della gamma.

La scelta della macchina

Questa constatazione può portare a considerazioni azzardate in fase di scelta della macchina, e in particolare a sovradimensionare la trincia in relazione alle proprie reali necessità, un rischio assai grave per uno strumento di lavoro che va da 300.000 euro in su.
Con un supplemento variabile dal 30% al 50% (sul prezzo di listino) è infatti possibile arrivare a raddoppiare la potenza; un ragionamento certamente pericoloso per coloro (pochissimi) che si trinciano il prodotto in proprio, ma che può mettere in difficoltà anche un contoterzista strutturato. I modelli proposti dal mercato possono rispondere alle esigenze della maggior parte delle aziende anche nella media gamma; non è un caso che il principale competitore – che da solo copre oltre metà delle vendite in Italia – abbia a listino meno del 20% dei modelli sulle alte potenze. Già con 500-600 cavalli è possibile raggiungere i 20-30 ettari al giorno su mais, con una resa oraria che risulta già pesantemente influenzata dalle condizioni di campo (accessi, viabilità, ostacoli); in questi casi salire di gamma (oltre i 7-800 cavalli) non fa che rendere più evidenti i limiti della maglia poderale.
L’acquisto di una macchina da 100.000 euro in più può risolvere questi problemi? La risposta è purtroppo negativa, perché la maggiore incidenza dei costi non è compensata da un equivalente incremento della resa. La macchina con una maggiore produttività oraria risente assai di più della catena di trasporto, specialmente quando il silo è molto distante dal campo, una condizione che potrebbe comportare una maggiore dimensione aziendale e quindi far propendere per un modello più potente. In questa situazione conviene che sia il trasporto a doversi fermare per aspettare la trincia, piuttosto che il contrario, anche perché la fase di “lancio” del rotore dal regime minimo alla velocità ottimale consuma molta energia, oltre a comportare una maggiore usura della catena cinematica.

Falciatrinciacaricatrici, i prodotti di punta - Ultima modifica: 2019-05-07T07:07:19+00:00 da Lucia Berti

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