Trattori, un best seller in difficoltà

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Secondo i dati recentemente presentati da FederUnacoma, più della metà delle vendite mondiali di trattori nel 2017 (2.154.000) ha interessato i giganti asiatici.
Prosegue la contrazione delle vendite, ma in molte parti del mondo la trattrice rimane la macchina agricola più ricercata

Le criticità manifestate dal settore primario negli ultimi anni, più volte segnalate, hanno avuto un prevedibile riscontro sul mercato delle trattrici agricole, e soprattutto su quello nazionale.
Il fenomeno è ormai di pubblico dominio, dopo le illusioni suscitate dall’entrata in vigore del regolamento europeo sulle omologazioni; come previsto, le nuove regole hanno fatto invecchiare di colpo tutta la produzione precedente, specie per quanto riguarda le prestazioni su strada. Nonostante fosse stata prevista la possibilità per i costruttori, di smaltire i modelli di fine serie, la percentuale ammessa era irrisoria (appena il 10% delle vendite dell’ultimo anno), che ha prodotto una frenetica corsa alle immatricolazioni entro il 31/12/2017. I risultati sono ben visibili: in Germania le immatricolazioni di trattori sono aumentate del 19%, in Austria del 20% in Austria, fino al 23% dei Paesi Bassi e al 23,8% in Italia. Non tutte queste macchine sono state effettivamente consegnate al cliente finale nell’anno passato, perché le vendite si sono protratte anche nel corso del 2018, suscitando speranze illusorie in chi si è fidato troppo delle statistiche ufficiali.

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Nella generale scarsa propensione a investire, solo le imprese agromeccaniche manifestano una certa vivacità.

L’anno in corso ha riportato tutti alla realtà: in Europa (e in Italia) prosegue la contrazione delle vendite, anche se il trattore rimane un best seller in molte parti del mondo. Secondo i dati recentemente presentati da FederUnacoma, più della metà delle vendite mondiali di trattori nel 2017 (2.154.000) ha interessato i giganti asiatici, con 660.000 esemplari venduti in India e 490.000 in Cina; solo 220.000 i “pezzi” collocati negli Stati Uniti e 190.000 in Europa. Al di fuori del vecchio continente, i sistemi agricoli hanno vissuto una profonda evoluzione, così come in gran parte dei Paesi europei; in Italia invece siamo ancora nella prima fase, in cui le aziende tendono a uscire dal mercato, dopo avere smesso da tempo di investire.
L’apertura al mercato globale, dopo la prima riforma delle politiche comunitarie degli anni Novanta, ha spinto gli agricoltori europei a strutturarsi, per ridurre i costi della produzione di derrate alimentari che, per la maggior parte, possono essere classificate come commodity. In altre parole, hanno risentito più di noi del libero mercato e della concorrenza internazionale e, pur partendo da una base produttiva diversa – aziende più grandi e solide – hanno già compiuto molti passi sul piano della riorganizzazione aziendale.

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Il massimo deprezzamento di un trattore si verifica nei suoi primi anni di vita, dopo di che tende a ridursi gradualmente, fino a stabilizzarsi sul valore che corrisponde alla sua residua capacità di lavoro.

Questo processo è stato reso possibile da due fattori: da un lato, il minor costo delle terre coltivabili, dall’altro, la minore presenza di vincoli alla mobilità del capitale-terra, che ha consentito alle aziende di acquisire maggiori superfici di terreno a costi accettabili.
Italia paese di piccole aziende
In Italia il mercato immobiliare è protetto da una normativa vincolante e oppressiva, finalizzata alla conservazione della proprietà fondiaria, e oggi abbiamo le aziende meno estese d’Europa (esclusa Malta), tanto che non è bastato mezzo secolo di “arrotondamenti” a farci superare la media di 10 ettari. Intendiamoci, tali vincoli hanno prodotto effetti positivi, impedendo la concentrazione della proprietà nelle mani di pochi, agendo come stabilizzatore sociale; ha favorito lo sviluppo di un contoterzismo diffuso; ha orientato le scelte verso produzioni di pregio fortemente tipiche. Nonostante tutto, però, il mercato è andato dove doveva andare: la quota di terreni in affitto è passata da pochi punti percentuali a quasi la metà delle superfici e la tendenza non sembra arrestarsi, anche se i canoni restano troppo elevati rispetto al resto d’Europa. Circa un terzo dei costi di produzione è riconducibile al prezzo d’uso della terra, un po’ troppo anche se riuscissimo a caratterizzare meglio i nostri prodotti – grazie all’etichettatura di origine – e a superare così il concetto di “commodity” e la conseguente concorrenza sui prezzi.
Ma le statistiche non dicono tutto: non dicono, per esempio, che parte delle superfici che risultano coltivate direttamente dai proprietari, sono di fatto condotte da imprenditori agromeccanici secondo formule di compartecipazione riconducibili in qualche modo alla “vecchia” mezzadria. In altri casi, la proprietà ha affidato al contoterzista l’intera gestione dell’azienda, dalle scelte colturali fino alla commercializzazione dei prodotti, con uno spostamento degli equilibri fra le diverse figure. Gli agricoltori “veri” sono sempre meno, al di là degli artifici inventati dal legislatore, nazionale e comunitario, per continuare a sostenere un modello di agricoltura che non esiste più.

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L’incidenza del deprezzamento sul costo orario è inversamente proporzionale all'impiego annuo: con 600 ore il deprezzamento vale € 27,78 che scendono a € 16,67 se si lavora per 1.000 ore/anno.

Non sarebbe più semplice chiamare le cose con il loro nome? Riconoscere finalmente il ruolo e la vocazione agricola posseduta da tutti coloro che lavorano la terra e ne traggono i frutti, senza vincoli creati solo per mantenere privilegi di casta? Buona parte delle aziende agricole di punta, non solo sui seminativi, possono essere ricondotte agli agromeccanici: aziende costituitesi negli ultimi 20 anni, sia attraverso la formula dell’affitto, sia per mezzo di contratti di gestione globale. Sono queste le aziende che fanno i numeri, specialmente per le grandi macchine; non a caso le statistiche mostrano una certa tenuta per gli specializzati – impiegati per le colture ad alto reddito, come vite e ortofrutticoli – mentre si vendono sempre meno trattori standard di bassa potenza.
Scarsa propensione a investire
Le aziende più piccole tendono a ridurre gli investimenti per due motivi: da un lato, per l’oggettiva carenza di risorse (al di sotto di 20.000 euro il reddito è insufficiente anche solo per vivere); dall’altro, perché in finanziamenti pubblici si indirizzano per lo più verso le attrezzature. Siamo tutti d’accordo sul fatto che un trattore nuovo abbia prestazioni superiori a uno di vecchia concezione; ma la sola sostituzione del trattore non porta con sé la stessa carica innovativa di un’attrezzatura capace di eseguire le lavorazioni proposte dalle nuove tecniche agronomiche. Un concetto, questo, che la Commissione europea ha recepito da tempo, e che si è concretizzato nell’ultima programmazione; le regioni si sono prontamente adeguate, tanto che oggi è assai difficile ottenere fondi per l’acquisto di trattori, se questi non sono inseriti in un progetto più ampio.
La scarsa propensione a investire interessa però anche aziende più strutturate (oltre 100.000 € di fatturato), sia per l’incertezza dei mercati agricoli sia per il rischio di una possibile riconversione dell’orientamento colturale. A questo si aggiunge la tara dell’eccessiva meccanizzazione, che nel passato ha riempito di trattori le nostre campagne, mentre i mezzi che escono dal sistema, per vetustà o obsolescenza tecnica, sono troppo pochi, riducendo le prospettive di ripresa del mercato. Solo le imprese agromeccaniche manifestano una certa vivacità, ma non dobbiamo dimenticare che stiamo parlando di operatori professionali, che ponderano accuratamente la sostituzione delle macchine, in base a diverse considerazioni. In primo luogo, perché sono oggetti di valore: se questo appare ovvio sui trattori di punta, non bisogna dimenticare che anche sulle potenze inferiori la scelta si orienta verso macchine sofisticate e dotate di accessori qualificanti. Particolare attenzione viene posta al momento della sostituzione, cercando di scegliere quello in cui l’usato è ancora “in prezzo”, pur avendo ormai fatto il suo tempo.
Il massimo deprezzamento di un trattore (e di ogni altra macchina agricola) si verifica nei suoi primi anni di vita, dopo di che tende a ridursi gradualmente, fino a stabilizzarsi sul valore che corrisponde alla sua residua capacità di lavoro.

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L’evoluzione motoristica ha portato a costruire trattori con motori sempre più “spinti”.

Questo spiega perché macchine ormai vetuste possono ancora avere uno sbocco di mercato, a differenza di altri veicoli, che dopo una certa età possono solo essere avviati alla demolizione. Senza arrivare a questi estremi, esistono macchine di 20-25 anni che mantengono ancora una buona quotazione, legata alle prestazioni e alla versatilità; mentre altri modelli, meno apprezzati sul mercato, nel volgere di pochi anni si rivelano praticamente invendibili. Se nel primo caso l’avvicendamento è incoraggiato, nel secondo può rivelarsi conveniente tenere la macchina fino al termine della sua vita operativa, o almeno fino a quando risulta possibile reperire le parti di ricambio. Talvolta, specie nel passato, si tendeva ad anticipare l’avvicendamento di qualche anno, per ragioni squisitamente fiscali, per evitare che la vendita generasse plusvalenze tassabili; una scelta sempre meno diffusa, perché conviene allungare l’ammortamento per ridurre l’incidenza dei costi fissi.
Occhio ai costi orari
I programmi di sostituzione possono saltare in dipendenza da fattori contingenti, come il guasto improvviso e irreparabile, oppure una promozione sulla vendita del nuovo, o infine un’occasione particolare, come ad esempio i “fine serie” della Mother Regulation. Capita spesso che il momento giusto sia determinato dalle quotazioni della macchina che si vuole sostituire, che rende conveniente la permuta; un’occasione da non perdere se la differenza di prezzo è proporzionata ai miglioramenti conseguibili sul piano tecnico. La permuta costituisce inoltre una buona occasione per conoscere il deprezzamento di un trattore in termini reali, al di là dei valori stimati secondo le formule della matematica finanziaria. Un’aggiunta di 100.000 euro, per una macchina che 6 anni fa ne costava 150.000, corrisponde a una quota annua di ammortamento di 16.667 euro. L’incidenza sul costo orario sarà in questo caso inversamente proporzionale all’impiego annuo: con 600 ore il deprezzamento vale € 27,78 che scendono a € 16,67 se si lavora per 1.000 ore/anno. Il calcolo “a posteriori” tiene conto delle ore complessivamente lavorate ed è uno strumento di valutazione molto preciso; purtroppo però è anche estremamente specifico, perché si riferisce solo a quel trattore e non ad altri.
Per questo motivo non è possibile rifiutare completamente le tabelle dei costi orari, più volte pubblicate su questa testata: le formule (comunque desunte dall’esperienza) ci aiutano tutte le volte che si deve ragionare in termini previsionali, in assenza di una verifica specifica. L’esperienza e il “fiuto” dell’imprenditore sono importanti, specialmente per chi si premura di tenersi aggiornato sul costo degli interventi di manutenzione più significativi; se si sa che a 6.000 ore si rischia di dover revisionare la trasmissione è meglio prepararsi per tempo. Qui si pone la questione dell’affidabilità, e soprattutto dei costi di revisione, tenuto conto che le macchine si sono evolute e le capacità personali sono state superate dalla tecnologia costruttiva. I trattori di una volta – si sente dire spesso – erano più robusti: una frase che non tiene conto di altri fattori, come i consumi (gasolio e olio) e l’obbligo della manutenzione quotidiana, operazioni che sulla vita di una macchina incidevano più degli attuali interventi, costosi ma assai meno frequenti. La complessità delle trasmissioni moderne, per esempio, non consente più le riparazioni aziendali, così come la revisione di un motore può modificare i parametri di combustione, mettendo in difficoltà le centraline di controllo delle emissioni.
L’evoluzione dei motori
L’evoluzione motoristica, a questo riguardo, ha portato a costruire trattori con motori sempre più “spinti”: diminuisce la cilindrata e, sulle medie potenze, anche il numero dei cilindri, mentre aumenta la potenza continuativa e quella di punta. Per fare un esempio, il mercato offre motori da 400 cavalli con appena 9 litri di cilindrata, con potenze specifiche dell’ordine di quasi 50 cavalli/litro: se consideriamo il diverso numero di giri al minuto, equivarrebbero a Diesel automobilistici da 120 cavalli/litro.

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I contoterzisti più attenti a portare al massimo l’utilizzazione annua dei trattori, che superano di norma le 2.000 ore all'anno (con punte a 2.500), non segnalano inconvenienti di rilievo fino a oltre 10.000 ore di lavoro, a riprova del fatto che i costruttori di motori stanno lavorando bene.

Ora, pur considerando che sono motori a gestione totalmente elettronica, in cui la potenza viene erogata solo quando serve davvero, siamo ben lontani dai 30 cavalli/litro dei motori Diesel ad iniezione meccanica, quelli di appena 15 anni fa.
Quanto dureranno questi nuovi motori? Potranno anch’essi totalizzare le 12.000-15.000 ore che, in assenza di incidenti, raggiungevano quelli di un tempo? La tecnica costruttiva è cambiata, per cui si ha motivo di ritenere che siano stati mantenuti gli stessi obiettivi di durata dei motori pre-euro, anche grazie agli innumerevoli sensori in grado di segnalare un inconveniente assai prima che questo possa compromettere la durata. I contoterzisti più attenti a portare al massimo l’utilizzazione annua dei trattori, che superano di norma le 2.000 ore all’anno (con punte a 2.500), non segnalano inconvenienti di rilievo fino a oltre 10.000 ore di lavoro, a riprova del fatto che i costruttori stanno lavorando bene. La stessa cosa sembra si stia verificando anche sulle potenze intermedie, e non solo sui modelli di alta gamma: chi temeva che la riduzione del numero dei cilindri sarebbe stata pagata in termini di affidabilità sta cominciando a ricredersi. Trattandosi di macchine più sofisticate, però, si richiede una maggiore attenzione ai tanti segnali forniti dalla diagnostica di bordo: l’orecchio (anche a radio spenta...) non basta più a percepire una irregolarità di funzionamento, che deve essere esaminata e corretta prima che sia troppo tardi. Questi trattori possono apparire più costosi, ma è un riflesso degli sforzi profusi sul piano delle emissioni: si pensi che lo sviluppo di un nuovo motore comporta decine di migliaia di ore di test, sia al banco sia sul campo, avvalendosi di strumentazioni estremamente sofisticate.

 

LE PRECAUZIONI CONTRO LA PIAGA DEI FURTI

Con l’inizio della campagna agraria sono ripresi i furti di trattrici agricole: non che si fermino del tutto durante la stagione invernale, ma è certo che anche l’attività dei ladri sta manifestando una forte stagionalità. Il motivo va ricercato nelle modalità con cui si compie la maggior parte di questi reati: il mezzo viene sottratto – di solito nottetempo – e nascosto in attesa che si “raffreddi”, ossia che diminuisca l’attività di ricerca. Nel frattempo l’organizzazione criminale (non si tratta quasi mai di eventi estemporanei) deve pensare alla logistica: trovare un mezzo di trasporto e l’occasione in cui, per qualche motivo, i controlli alle frontiere esterne sono meno accurati del solito. Per il contrasto alla piaga dei furti, questo lasso di tempo si rivela spesso determinante: gran parte dei mezzi recuperati vengono ritrovati proprio prima dell’esportazione.
L’esperienza di innumerevoli episodi ci spinge a ricordare le precauzioni e le tecniche per evitare la sottrazione di questi indispensabili strumenti di lavoro, che si possono così riassumere.
• I mezzi più ricercati sono trattori di costruzione recente, possibilmente dotati di accessori qualificanti, come sollevatore anteriore, caricatore frontale, ecc.;
• la classe di potenza preferita è quella intermedia, adatta a tutte le realtà agricole, anche per la facilità di trasporto: un trattore di 120 cavalli entra agevolmente in un autocarro, uno da 250 e oltre necessita invece di essere “preparato” (smontaggio ruote, cabina, ecc.);
• sistemi antifurto: oltre a quello montato dal costruttore, può essere utile aggiungere un dispositivo di blocco “segreto” (come una valvola di intercettazione sull’alimentazione);
• fra i sistemi attivi, scegliere quelli che consentono la localizzazione satellitare, meglio se collegati ad una centrale operativa collegata con le forze dell’ordine;
• denunciare immediatamente ogni evento, anche se andato a vuoto, agli organi di polizia, fornendo tutti gli elementi utili a rintracciare la macchina (anche il colore, dato che i non addetti non sanno il colore dei vari marchi);
• la solidarietà di categoria è un fattore fondamentale: molti ritrovamenti, nei giorni immediatamente successivi all’evento, sono da attribuire ai contoterzisti, che conoscono a menadito il territorio rurale;
• se si vede un trattore mai visto, in marcia o in sosta dove non dovrebbe essere, potrebbe essere un mezzo rubato;
• nella ricerca del veicolo, concentrare la propria attenzione ai luoghi abbandonati: case coloniche, capannoni dismessi, aree incolte (spesso coperte da macchie impenetrabili);
• in caso di avvistamento, avvertire sempre le forze dell’ordine: il luogo potrebbe essere sorvegliato da individui privi di scrupoli o armati;
• evitare di cadere nella tentazione di arrangiarsi da soli: la giustizia ha i suoi tempi, ma una indagine condotta con metodo scientifico può sgominare l’intera banda, oltre a risolvere il problema contingente. R.G.

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