Falciatrinciacaricatrici, il mercato si evolve

A distanza di pochi anni, il mercato delle falciatrinciacaricatrici sembra essersi stabilizzato.
Il “core business” dei costruttori è impostato sull’impiego zootecnico, mentre il biogas rappresenta solo una piccola nicchia nel già ristretto mercato italiano

Si dice che la passione per la scommessa sia una delle singolarità espresse dai popoli anglosassoni, o quella per le lotterie, dai popoli neolatini: ma la natura umana è la stessa in tutte le parti del mondo, così come lo è stata in tutte le epoche.

Questo spiega il successo dei concorsi a premi, una formula che talvolta finisce per contaminare anche le varie forme di sostegno pubblico: un pizzico di incertezza stimola la nostra parte irrazionale spingendoci inesorabilmente a concorrere. Se aggiungiamo il fatto che le imprese non navigano nell’oro, si spiega l’interesse che si crea quando si parla di contributi pubblici, erogati secondo principi poco chiari o artificialmente complessi, che inducono a contare più sulla buona sorte che su requisiti concreti, precisi e indiscutibili. Al crescere dell’intensità del contributo, aumentano le difficoltà e diminuiscono le probabilità di accesso, esattamente come avviene per le lotterie; il merito reale passa in secondo piano rispetto alla capacità organizzativa o alla correttezza formale della documentazione. Sull’argomento possiamo citare esempi recenti, dalla “lotteria a tempo” dei bandi Inail, ai Psr, con le loro infinite forme di sbarramento, fino alle regole per l’iper ammortamento, progettate sì per l’innovazione, ma guardando ad un sistema produttivo che non esiste più. Si ha quasi l’impressione che lo Stato – o chi gestisce gli aiuti – non veda l’ora di liberarsi dei fondi nel più breve tempo possibile, senza entrare nelle logiche di merito e senza pericolo di contestazioni che, per i funzionari pubblici, possono portare a serie conseguenze personali.

Dopo il boom, fase di stabilità

Gli impianti a biogas in perdita hanno chiuso o sono stati assorbiti da imprenditori più capaci, anche se il mercato, nel suo complesso, sembra leggermente più vivace rispetto a prima.

Non sono trascorsi neppure dieci anni dalla concessione dei primi incentivi per le energie rinnovabili, un’azione meritoria condotta però con approssimazione e pressapochismo. Il primo effetto negativo, rilevabile per tutti i contributi pubblici, si verifica sui costi di acquisto di macchinari e impianti che, al ridursi dell’intensità di aiuto, tendono a ridimensionarsi; sarebbe invece giusto e logico che i contributi vadano solo a chi investe e rischia in proprio. Ma se gli incentivi sono stati calcolati in misura eccessiva, o regolamentati in modo improprio, possono produrre danni a lungo termine: un classico esempio è quello degli impianti a biogas, molti dei quali sono stati progettati solo in funzione della tariffa incentivante, dimenticando i presupposti economici. Proprio l’espansione del numero degli impianti aveva provocato, all’inizio di questo decennio, un vero e proprio boom nel mercato delle falciatrinciacaricatrici, dopo anni di lenta contrazione dovuta a due fattori concomitanti: riduzione del patrimonio zootecnico e concentrazione delle imprese.

A distanza di pochi anni, il settore sembra essersi stabilizzato: gli impianti a biogas in perdita hanno chiuso o sono stati assorbiti da imprenditori più capaci, anche se il mercato, nel suo complesso, sembra leggermente più vivace rispetto a prima. Questi effetti sono dovuti sia al maggior numero di macchine in esercizio, alcune delle quali sono ormai prossime all’avvicendamento, sia al progressivo abbandono della trinciatura in proprio da parte di molti allevatori. Può essere interessante soffermarsi su questo aspetto, di cui peraltro si era già parlato in occasione delle macchine per la lavorazione dei foraggi. Il grado di complessità assunto dai processi produttivi, con gli innumerevoli risvolti tecnici e amministrativi, sta mettendo in difficoltà le imprese meno strutturate, in tutti i settori, compresa la zootecnia. Gestire una stalla da latte, con i prezzi attuali, richiede competenze e specializzazioni particolari, sempre più lontane da quelle che avevano caratterizzato l’azienda agro-zootecnica tradizionale, in cui tutti sapevano fare un po’ di tutto.

Tre alternative possibili

Chi, anni fa, aveva messo in conto una possibile sostituzione nel giro di qualche anno, deve oggi scegliere fra tre alternative: subire il rincaro dei prezzi, optare per un usato oppure decidere di affidare il lavoro a un’impresa agromeccanica.

A partire dal Nord Europa, la tendenza alla specializzazione ha investito tutto il continente, non risparmiando neppure l’Italia; su questo fenomeno ha influito anche l’incremento dimensionale delle trince, che ha allontanato sempre più l’indice di convenienza nella gestione in proprio. Il prezzo di listino medio delle trince con potenza fino a 500 cavalli, valore che identifica il livello “basic”, è aumentato negli ultimi otto anni di oltre 100.000 euro, in virtù degli adeguamenti tecnologici legati ad efficienza energetica, salvaguardia ambientale e sicurezza. Chi, all’epoca, aveva messo in conto una possibile sostituzione nel giro di qualche anno, deve oggi scegliere fra tre alternative: subire il rincaro dei prezzi, optare per un usato oppure decidere di affidare il lavoro a un’impresa agromeccanica. La prima soluzione potrebbe essere impraticabile: i margini si sono ulteriormente ridotti, specialmente nell’ultimo anno per effetto dell’incremento dei prezzi dei foraggi e della paglia, per cui la soglia di convenienza nell’acquisto del nuovo si è spostata verso l’alto, in termini di ettari o di capi allevati.

La seconda alternativa può essere valida, perché la trincia, ancor più di altre macchine agricole, subisce un forte deprezzamento nei primi 7-8 anni di vita: il rapporto fra i prezzi indicati sui listini dell’usato e del nuovo può variare da metà a un quarto a seconda della marca e del modello. Se il mezzo non è stato eccessivamente sfruttato, è possibile fare buoni affari, tenuto conto del fatto che spesso la trincia viene sostituita assai prima della fine della sua “vita” tecnica. Quando però lo scalino da superare diventa troppo alto, magari per effetto dell’elettronica di bordo, che richiede operatori appositamente preparati, la terza soluzione resta la migliore, soprattutto se si può contare sulla presenza di contoterzisti specializzati, in grado di realizzare anche l’insilamento.

Chi produce trinciato per il mercato – da destinare indifferentemente a foraggio o energia – ha tutta la convenienza a trinciare piuttosto fine per sfruttare la quotazione migliore
al momento della raccolta.

Anche questo aspetto merita di essere esaminato con cura, perché lo scopo primario della trinciatura è quello di realizzare un prodotto tale da conservarsi nelle migliori condizioni. Escluso il caso della trinciatura quotidiana, un tempo assai usata nei piccoli allevamenti grazie all’impiego di piccole trince portate, il cereale deve essere trinciato in modo da iniziare subito la fermentazione, produrre l’acido lattico responsabile della conservazione e consumare rapidamente l’ossigeno presente nella massa. Per ottenere questi risultati ci vogliono un silo a tenuta ermetica e un’omogenea compressione durante la fase di insilamento; ma altrettanto importanti sono il grado di umidità del prodotto in campo, l’intensità della trinciatura e la rottura della granella.

Se il prodotto è troppo secco, la fermentazione parte in ritardo, determinando perdite più o meno consistenti nel potere nutritivo dell’insilato; lo stesso accade con trinciatura troppo “lunga”, che impedisce l’espulsione dell’aria durante la compressione in fossa. Analogamente, la rottura della granella è importante, perché favorisce una rapida partenza dei processi fermentativi e la diffusione dell’acido lattico (il principale conservante dell’insilato) all’interno della massa. L’intensità della trinciatura è strettamente collegata all’impiego dell’insilato, nel senso che gli impianti per la produzione di biogas hanno un’efficienza energetica decisamente inferiore all’apparato digerente di un ruminante.

Trinciato per bioenergie o per il mercato

I digestori più comuni (mesofili) operano a temperature di poco superiore a quella ambiente e sono adatti a trattare matrici in parte digerite, come le deiezioni animali, o biomasse costituite in prevalenza da amido. Questo è contenuto soprattutto nella granella, mentre il resto della pianta è composto da cellulosa, più difficile da scomporre, specie se la trinciatura è troppo grossolana; nell’impiego energetico è perciò indispensabile una trinciatura più fine rispetto al prodotto per uso foraggero.

Il ricorso a un terzista ha senso soprattutto se si può contare sulla presenza di contoterzisti specializzati, in grado di realizzare anche l’insilamento.

Chi produce trinciato per il mercato – da destinare indifferentemente a foraggio o energia – ha tutta la convenienza a trinciare piuttosto fine per sfruttare la quotazione migliore al momento della raccolta; l’allevatore può integrare la razione con fieno o paglia per favorire la ruminazione. Dove invece prevale l’impiego zootecnico, conviene adottare una trinciatura più lunga (fino a 30-35 mm) proprio per ridurre il fabbisogno di fibra aggiunta, anche a rischio di perdere qualcosa in termini di conservazione di contenuto di sostanza organica. Resta inteso che in entrambi i casi la granella deve essere infranta, per facilitare la partenza del processo fermentativo e quindi la creazione di un ambiente acido, favorevole alla conservazione.

Una recente tendenza, importata come sempre dal Nord America, ripropone il vecchio concetto della sfibratura della pianta e del tutolo: i frammenti prodotti da uno speciale tamburo sono piuttosto lunghi (sui 3-4 cm) e vengono poi schiacciati e sfibrati dal rompigranella. Altre soluzioni si fondano su una particolare regolazione di un normale tamburo, seguita dal passaggio in uno speciale rompigranella, che produce una sfibratura della frazione cellulosica, capace quindi di apportare fibra più lunga, ma resa più digeribile. Naturalmente stiamo parlando di mais ad esclusivo o prevalente impiego foraggero: le nuove tecniche consentono di ridurre gli apporti di fibra lunga (come paglia e fieni) per realizzare una razione fondata soprattutto sull’insilato.

Come si può vedere, il “core business” dei costruttori è impostato sull’impiego zootecnico del trinciato, mentre il biogas da colture dedicate rappresenta solo una piccola nicchia nel già ristretto mercato italiano. Per di più, il colpo di timone dato dal legislatore italiano – seppure in ritardo – ha bloccato i nuovi impianti fondati solo su colture dedicate, riconducendo la cerealicoltura da foraggio alla sua vocazione primaria; il biogas resta un settore di rilievo, ma non così forte da condizionare il mercato.

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