Il successo dei Pancaldi: passione, amicizia e rispetto

Una vera e propria anteprima. Un socio racconta l’attività di un altro socio
Mi chiamo Claudio Bertolini ho 56 anni e da 30 anni conduco con altri tre soci una ragguardevole azienda artigiana a Fabbrico (Re) che fa lavorazioni per conto-terzi con macchine agricole, movimento terra e autocarri sia nel settore agricolo che per l’edilizia. Dal 1998, dovendo seguire l’evoluzione dei tempi, io e i miei soci abbiamo fondato una società agricola che fa prettamente produzioni agricole sia a pieno campo, con seminativi classici della zona, sia con vigneti meccanizzati per la produzione di uve per vini Lambruschi, operando oggi su una superficie complessiva di circa 460 ettari, comprensivi dei 24 ettari investiti a vigneti.

Ma qui non devo parlare di me, pur dovendo presentarmi ai lettori, perché lo scopo della mia figura è da adesso, ma solo per questa occasione, quello dell’intervistatore e dell’articolista riassunti nella stessa persona, essendomi inventato per una volta di fare un mestiere ben diverso da quello dell’operatore di macchine agricole o dell’agricoltore di turno che tutti ben conosciamo, essendo il nostro stesso e comune lavoro di tutti i giorni. Ho deciso di fare questo articolo-intervista al mio amico Giancarlo Pancaldi, titolare dell’azienda di conto terzi “Fratelli Pancaldi snc” di Rio Saliceto (Re), per l’amicizia e la stima reciproca che ci lega da oltre trent’anni, pensiero che mi è venuto insistentemente dopo che Giancarlo, alla matura età di 73 anni, ha optato per cambiare il suo terzo Challenger 765 B, modello acquistato nello stesso momento e perfettamente identico al nostro nell’anno 2008, con l’ultima e innovativa versione Challenger 775 E. Quale migliore premio gratuito si poteva donare a Giancarlo che non fosse proprio un elogio da diffondere a tutti i nostri colleghi contoterzisti italiani? Così ho pensato di fare questo percorso storico dedicato a Giancarlo, il fratello Guerrino e le rispettive consorti Romana e Miriam, intitolandolo per l’occasione “Trattori cingolati: un amore mai tradito e sempre attuale”.

Gli inizi nell’anteguerra

L’azienda “Fratelli Pancaldi snc” è stata fondata nel periodo anteguerra intorno agli anni ‘40 dal padre Arnaldo con l’aiuto e la collaborazione della mamma Dina Vioni, oggi 95enne, ma da sempre presente al fianco dei figli Giancarlo e Guerrino, con la stessa passione ed entusiasmo che trasmette loro instancabilmente dal giorno della prematura scomparsa del marito. La famiglia di Arnaldo viveva su un piccolo podere agricolo di appena 3 ettari e, siccome il reddito derivato dalla coltivazione del terreno non era sufficiente per sfamare la famiglia, Arnaldo dovette cercare altre fonti di reddito. Così una grossa azienda agricola di Novellara (Re), di proprietà dei Lombardini, una delle famiglie storiche e più potenti di quell’epoca, gli diede fiducia aiutandolo nell’acquisto di un trattore Landini Vèlite della potenza di 25 hp, uno dei più venduti in quegli anni.

Questo acquisto non sarebbe stato possibile per le povere tasche di Arnaldo, visto l’allora notevole importo di ben 800 lire, così gli fu proposto un pagamento a riscatto nel tempo a venire. Tramite lavorazioni di aratura da farsi sui terreni dello stesso Lombardini.

Da quel momento i Pancaldi iniziarono una storia di contoterzismo che oggi vanta ben 75 anni di ininterrotta attività nel settore agricolo. Oltre all’aratura, tuttora una delle principali attività dell’azienda, si affiancò negli anni ‘50 la trebbiatura fissa eseguita sulle aie con una macchina trebbiatrice fissa della ditta Carra di Suzzara e poco dopo anche la mietilegatura con una Bcs, che fu una delle prime macchine che tolse la fatica della mietitura manuale ai braccianti agricoli di quel tempo, sottoposti per ore ai cocenti raggi del sole e con il solo uso delle falci manuali. Poi arrivò la prima vera mietitrebbia semovente, una piccola Braud, dove il grano usciva pronto per essere direttamente insaccato sulla macchina per poi essere trasportato con rimorchi che lo avrebbero scaricato direttamente nei magazzini senza ulteriori lavorazioni aggiuntive. Il tutto con l’ausilio di un solo uomo a fianco di un unico e bravo conduttore di quel fantastico mezzo, assai complicato per quell’epoca di primitiva meccanizzazione, dovendo riunire nella stessa macchina tutte quelle operazioni fino ad allora eseguite separatamente, da più persone e con tanta fatica fisica, e con le inesorabili e notevoli perdite di grano che cadeva da quelle deboli spighe più volte scosse.

Nel frattempo vennero acquistati altri trattori con ruote in ferro dotate di “puntoni” e così al più piccolo Landini Vèlite si aggiunsero altri due fratelli maggiori, il più diffuso Super e il Bufalo, entrambi dotati di una potenza di 50 hp, ovviamente entrambi tra i trattori più potenti di quell’epoca e prodotti dalla vicina fabbrica di proprietà della mitica e grandiosa famiglia Landini.

L’avvento dei cingolati

Ma poi nei primi anni ’50 nelle zone dei terreni difficili lavorati dai Pancaldi, molti dei quali a componente altamente argillosa e quindi duri e tenaci con l’asciutto e collosi col bagnato, si faceva avanti sempre più il bisogno di una forza di traino innovativa ed estremamente forte, con slittamento pressoché nullo e con un’ampia superficie di appoggio sul terreno, e quindi con ridotto calpestamento dello stesso. Il moto veniva e viene esercitato ancor oggi tramite due distinti carri-rotaia a binario chiuso, portanti ognuno una ruota dentata che traina una catena, il cui scorrimento avviene tramite diversi rulli e una ruota folle; a questa catena vengono imbullonati degli organi di aggrappamento aggressivi, denominati suole o pattini, tutti elementi composti da acciaio di elevata qualità, il cui assemblaggio complessivo si identifica tuttora con il sempre moderno termine di “cingoli”. La prima a entrare in azienda fu una Fiat 50 acquistata usata e con guida a volante, marchio di alta qualità italiana e per questo rimasto protagonista unico per oltre 50 anni nel cuore e nell’azienda dei Pancaldi. Immediatamente dopo, per la soddisfazione del metodo di traino degli aratri carrellati, molto più valido con l’uso dei cingoli rispetto alle ruote, ancor più per la possibilità di restare fuori dal solco e quindi di non compattare il terreno lavorato, vennero acquistati quasi consecutivamente altri due trattori cingolati Fiat 55, questa volta finalmente nuovi di fabbrica.

E con queste valide macchine italiane arriviamo alla fine degli anni ’60 e la storia del cingolato continua con successo con l’arrivo in azienda della moderna Fiat AD 10 che era dotata anche di lama angledozer e così oltre alla tradizionale aratura, fatta con robustissimi aratri bivomeri carrellati costruiti dal bravissimo fabbro Mario Vecchi nella vicina Novellara, Giancarlo iniziò a prendere dimestichezza con la ben più difficile arte del livellamento dei terreni. Non era una novità per i Pancaldi la consapevolezza dell’importanza della sistemazione superficiale degli scomodi terreni argillosi, tipici delle zone della bassa pianura reggiana e dove tanti appezzamenti venivano coltivati prevalentemente a riso, tutti motivi prioritari che imponevano attenzione a tutti i contoterzisti, tant’è che proprio i Pancaldi furono tra i primi a impegnarsi a modernizzare sempre più questa pratica agro-idraulica, decisiva per i futuri successi di ogni tipologia colturale nell’ambito delle aziende agricole, oggi ancor più di ieri.

I primi passi Giancarlo li aveva già mossi, tempo addietro, con il Super Landini, a cui aveva agganciato uno dei primi piccoli e rudimentali scraper con forma cilindrica, appositamente costruita con questa forma per poter caricare e scaricare velocemente la terra con un “meccanismo a scatto meccanico”, non essendo ancora stato introdotto l’ausilio dell’oleodinamica, oggi di indispensabile e uso comune su quasi tutte le macchine agricole e non. In quegli anni partì il boom della meccanizzazione che diede la vera spinta alla modernizzazione dell’agricoltura odierna e che solo aziende di elevato livello quantitativo e qualitativo, come quella dei Pancaldi, avrebbero potuto dotarsi, acquistando così macchine di tipologie diverse, ancor prima di altre ditte concorrenti e meno competitive. Così, in breve tempo arrivarono in azienda una Fiat AD 14 A, una Fiat AD 18, entrambe usate, e poi due Fiat-Allis AD 20 nuove e una Fiat-Allis FA 200, e poi ancora, nei tempi successivi, un’altra Fiat-Allis AD20 usata in sostituzione della vecchia AD 18. Tutte queste macchine sono rimaste pienamente attive per anni, lavorando contemporaneamente con aratri trainati convenzionali e poi con i successivi modelli moderni a voltaorecchio, poi dopo pochi anni con quelli portati tramite aggancio a un sollevatore posteriore alla stregua dei moderni e grandi trattori gommati, potendo così utilizzarne sempre più le stesse attrezzature. Ma in ogni caso questi grandi cingolati venivano sempre più sfruttati prioritariamente nella spinta delle grandi lame anteriori, per il grande sforzo richiesto nello spostamento a elevata distanza richiesto dai sempre più sofisticati e moderni piani di livellamento dei terreni agrari, per l’esigenza che richiedeva con notevole impellenza una nuova agricoltura di tipo intensivo che avanzava e quindi bisognosa di estensioni sempre più grandi e con bisogno di elevata precisione di lavoro, al fine di ovviare sempre più ai problemi causati dai ristagni idrici.

Con gli anni ’90, l’evoluzione sempre più raffinata della qualità dei livellamenti obbligava le ditte attrezzate all’uso di strumenti di precisione con controllo a raggio laser, prontamente adottati dai Pancaldi, e nel 1994, contemporaneamente alla ditta dell’amico Bertolini, vennero acquistati i primissimi modelli di una nuova macchina, la grande livella trainata, segnando così una vera e propria rivoluzione nella tecnica del movimento terra, potendo abbinare perfettamente velocità e precisione nell’esecuzione dei lavori di sistemazione superficiale dei terreni agrari. Il primo trattore che acquistò Giancarlo per il traino di questa innovativa macchina ideata dalla genialità del ferrarese Gino Montefiori, a tutt’oggi leader nel suo settore, fu un Case IH Magnum da 240 hp, trattore di costruzione estera, in quanto in Italia ancora non era sentita l’esigenza di questi grandi modelli, poi sostituito nel tempo con altri due della medesima marca, ma ben più potenti.

L'arrivo dei Challenger

Ma nel 2001, quando ormai i grandi cingolati in ferro si avviavano al tramonto, in quanto le ditte costruttrici non avevano più attenzione per il loro impiego in agricoltura, abbandonando definitivamente la produzione di modelli specifici, due sole ditte al mondo studiarono l’adattamento di un cingolo con nastro in gomma, per dotare trattori di elevata potenza alle attrezzature agricole limitandone il compattamento sul terreno. Così nel 2001 i Pancaldi acquistarono un Claas Challenger 55, poi sostituito nel 2003 con il nuovo modello Challenger 55A, poi ancora nel 2008 con la versione più moderna e potente 55B e oggi, anno 2015, con la quarta serie rappresentata dal modello Challenger 775 E, totalmente rinnovata nei punti deboli delle versioni precedenti e con un nuovo motore, ben più potente, erogante addirittura 445 hp.

Tutti questi trattori Challenger sono stati usati quasi esclusivamente da Giancarlo, sicuramente geloso di quel nastro in gomma così silenzioso che aveva sostituito il cigolio stridente della catenaria in ferro ascoltato per troppi anni, seppur con tanta passione e amore. Oggi Giancarlo ha 73 anni, che non dimostra per niente, soprattutto per la voglia e la passione che continua instancabilmente a portare dentro di sé, sicuramente accumulata dalla prima infanzia e che non può non influenzare proprio il giovanissimo nipotino Giacomo, ultimo nato della casa Pancaldi, che non può nascondere, nella sua innocenza infantile, la bramosia di salire a fianco dello zio con l’entusiasmo e l’emozione di sentire il rombo che erogherà una volta messo in moto quel grande motore. E la frenesia di veder muovere quel gigante su quei due nastri silenziosi e morbidi, sentendosi dentro la stessa imponenza di quel grande mezzo su cui entrambi sono comodamente seduti e al riparo da qualsiasi intemperie esterne, assaporando quell’ambiente confortevole di tutt’altro tipo rispetto ai vecchi cingolati degli anni ’50.

Cosa dire dell'uomo Giancarlo?

Già è stato per me estremamente emozionante ripercorrere questa fantastica storia che ha segnato il successo di una ditta storica come quella dei “Fratelli Pancaldi”, ma quando mi raffronto con l’amico Giancarlo capisco subito il motivo della sua ritrosia ad accettare di farsi notare come l’attore principale di questo meraviglioso e reale racconto: la sua vera serietà e umiltà caratteriale, sia come uomo che come imprenditore. Lo capisco bene, proprio perché anch’io sono di carattere schivo e forse io lo sono addirittura più di lui, ma l’intento di raccontare la sua storia, strettamente legata alla nostra longeva amicizia, ha uno scopo ben preciso ed è quello che ci ha portato a farci uscire dalle nostre rispettive tane. Oltre all’amicizia e alla stima reciproca che ci lega da più di trent’anni, rapporto di rispetto realmente veritiero, tale da non indurci mai all’uso di concorrenza sleale, seppur vicini e con clienti comuni, ben consapevoli dei risvolti negativi che ne derivano quando ci si mette in conflitto, ma addirittura in alcune occasioni abbiamo lavorato insieme e talvolta ci siamo scambiati i servizi e tutto questo sempre con un’equa e reciproca corresponsione di quietanza pecuniaria.

Lo scopo di voler raccontare la nostra esperienza, tutt’altro che conflittuale, è proprio quello di formalizzare un “documento” di grande importanza per il valore che porta con sé e che dovrà essere di esempio, non solo di tipo formale, per insegnare a tutti quegli associati Unima che dovrebbero provare a ricalcare queste orme vincenti, invitandoli a riflettere su questo esempio tangibile di rispetto e collaborazione, smettendo di farsi prendere dall’illusione di onnipotenza generata dall’egoismo e dall’eccessivo attaccamento alla fede professata dallo sterile “Dio Denaro”. Ricordiamoci tutti che altri sono i veri valori della vita e che non bisognerebbe mai dimenticarsi che è l’unica che ci è concesso vivere su questa terra.

Per questi e altri motivi, anch’io insieme a tutti voi che leggerete queste parole, vi invito a prendere esempio da uomini come Giancarlo, senz’altro meritevole di ricevere questi complimenti, anche se non bisogna dimenticare che dietro di lui c’è tutta una famiglia solidale nell’attività esercitata, sicuramente frutto del buon insegnamento del papà Arnaldo, scomparso da tempo, nonché dell’anziana madre che però li tiene ancora tutti vivamente stimolati. Insieme, questi bravi genitori d’altri tempi hanno saputo trasmettere contemporaneamente ai figli l’amore per la terra, la responsabilità del dovere e la bellezza dell’onestà, il tutto condito da un po’ di quello “scomodo altruismo” di cui tutti noi dovremmo essere sempre dotati e che sicuramente ci potrebbe far vivere oggi in un modo migliore.

Un’esperienza da raccontare

Per concludere il racconto di questo capitolo di vita perdurante da ben 75 anni, storia longeva portata avanti con tante difficoltà e sofferenze, ma anche con innumerevoli soddisfazioni derivate dall’adozione di componenti passionali sempre però associate a tanta umanità, voglio fare notare una particolarità che credo sia comune a ognuno di noi: “quando noto lo sguardo di Giancarlo e del nipotino Giacomo mentre osservano il nuovo Challenger, per il cui acquisto siamo tutti e tre colpevoli, noto con infinito piacere che i loro occhi osservano con il medesimo interesse quella meraviglia tecnologica che si trova di fronte a loro, quasi a farmi capire che fanno parte di una stessa generazione, seppur con età ben differenti. E neanche cercano di camuffare la loro complicità, tanto sono presi da quello stato di estasi passionale, e allora non posso nascondere neanche a me, che tacitamente mi associo, che siamo tutti condannati da quella morbosa passione che solo un vero trattorista e agricoltore non può mai nascondere, perché quando questo “maledetto virus” trova il modo di entrare nel nostro animo, mai più riusciremo a liberarcene fino all’ultimo istante della nostra vita terrena”.

Grazie a tutti per l’attenzione e mi scuso anticipatamente se qualcuno si risentirà per queste mie parole, ma credo che queste esperienze di vita abbiano il dovere di essere raccontate per poterci indurre a migliorare, sia nell’ambito del nostro lavoro che dal lato umano, quest’ultimo aspetto sicuramente demandato a regolare i rapporti interpersonali in questa società sempre più vicina al decadentismo socio-economico e morale. di Claudio Bertolini

***

Concorrenza sleale

La concorrenza è l’anima di ogni attività imprenditoriale, ma noi sappiamo che si può fare impresa in tanti modi: quello dell’azienda Pancaldi è un esempio di serietà professionale, di una visione leale della vita e dei rapporti umani, prima ancora che commerciali.
Il rispetto delle tariffe, fissate dall’Associazione per garantire alle aziende il giusto guadagno, e dei colleghi che fanno lo stesso lavoro, sono valori che superano quello del denaro. La concorrenza si fa sulla qualità, sul servizio al cliente, sul consiglio giusto al momento giusto, sulla professionalità e sulla capacità di innovare: questa è la vera anima del contoterzista, che ha portato la categoria a svilupparsi e progredire, conquistando sempre nuovi spazi di mercato.
Un messaggio, questo, che ci auguriamo possa essere di aiuto e di insegnamento per le giovani generazioni, quelle su cui potremo costruire un futuro prospero e uno sviluppo armonioso per le nostre imprese, per l’agricoltura e per l’intera collettività. di Angelo Zatti, Presidente di Apima Reggio Emilia

CONDIVIDI

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome