Contoterzismo, da servizio a infrastruttura dell’agricoltura italiana

Dai campi alla gestione dei dati, il ruolo degli agromeccanici è diventato strutturale. Dal confronto all’Accademia dei Georgofili emerge la necessità di un nuovo riconoscimento professionale e di regole adeguate alla trasformazione del settore

C’è una domanda che attraversa il dibattito sul futuro dell’agricoltura italiana e che forse andrebbe posta più spesso: chi rende concretamente possibile l’innovazione nei campi?

La risposta non è soltanto nei costruttori di macchine, nei ricercatori, nelle aziende agricole o nei fornitori di tecnologie. Sempre più spesso passa dagli agromeccanici, che hanno trasformato il tradizionale contoterzismo in un’attività professionale capace di mettere insieme macchine, competenze, organizzazione e innovazione.

È questa la considerazione di fondo emersa dalla tavola rotonda “Analisi dell’integrazione fra contoterzismo ed agricoltura in Italia”, organizzata all’Accademia dei Georgofili di Firenze. Un confronto che ha coinvolto Carlo Chiostri, Marco Vieri e Sandro Liberatori per il mondo dei Georgofili, Maria Teresa Maschio, presidente FederUnacoma, e Andrea Borio, presidente Federacma, insieme al presidente di CAI Agromec Gianni Dalla Bernardina e ai vicepresidenti Gianluca Ravizza e Michele Pedriali.

Un confronto trasversale, nel quale il contoterzismo è stato osservato dal punto di vista della ricerca, della tecnologia, della meccanizzazione e dell’impresa. E dal quale è emersa una consapevolezza: il ruolo dell’agromeccanico è ormai molto più ampio di quello di un semplice fornitore di servizi.

Non più solo una macchina in campo

Un momento della tavola rotonda tenutasi presso l'Accademia dei Georgofili a Firenze

Il punto di partenza è nei numeri. Secondo le elaborazioni richiamate da CAI Agromec su dati Crea, in Italia operano circa 18 mila imprese agromeccaniche professionali, con un valore economico complessivo stimato in 15,1 miliardi di euro. Circa il 60% delle operazioni agricole eseguite con mezzi meccanici è realizzato da contoterzisti, con percentuali che arrivano al 95% per la raccolta dei cereali, al 70% per le colture industriali e al 78% per i trattamenti fitosanitari.

Numeri che raccontano un fenomeno molto più grande della semplice fornitura di una lavorazione.

Il contoterzista tradizionale entrava in azienda per svolgere una determinata operazione: arare, seminare, raccogliere. Oggi, soprattutto nelle realtà più strutturate, il rapporto può comprendere una parte molto più ampia del processo produttivo: preparazione del terreno, semina, difesa, raccolta e, in alcuni casi, gestione complessiva del ciclo colturale.

Il fenomeno del cosiddetto “contoterzismo all inclusive” risponde a una domanda di servizi integrati che deriva anche dalla frammentazione della struttura agricola e dalla difficoltà di sostenere direttamente investimenti e costi di gestione. Secondo i dati richiamati da CAI Agromec, circa 1,2 milioni di ettari sono oggi affidati completamente ai contoterzisti.

Non significa che l’agromeccanico stia sostituendo l’imprenditore agricolo. Significa piuttosto che il confine fra produzione agricola e servizi agricoli si sta facendo più articolato e che, in molte situazioni, la competitività dell’azienda dipende dalla possibilità di utilizzare professionalità e mezzi che non avrebbe convenienza a possedere direttamente.

È qui che il contoterzismo smette di essere soltanto una risposta alla necessità di esternalizzare una lavorazione e diventa una componente dell’organizzazione produttiva.

Il contoterzista come porta d’ingresso alla tecnologia

La stessa evoluzione riguarda l’innovazione. Agricoltura di precisione, guida automatica, mappe di prescrizione, rateo variabile, sensoristica, droni e gestione dei dati richiedono investimenti elevati, ma anche competenze adeguate.

Il contoterzista, lavorando su superfici più ampie rispetto alla singola azienda agricola, può ammortizzare più facilmente questi investimenti e trasformare una tecnologia difficilmente accessibile in un servizio.

L’agromeccanico non è quindi soltanto l’utilizzatore finale dell’innovazione: può diventare uno dei suoi principali vettori di diffusione.

È proprio su questo punto che, nel confronto con Marco Vieri, si è aperta la riflessione sul rapporto fra contoterzismo e Akis, il sistema della conoscenza e dell’innovazione in agricoltura.

Se il contoterzista è spesso tra i primi soggetti a sperimentare una nuova tecnologia e successivamente la porta su numerose aziende e superfici, perché non dovrebbe essere riconosciuto a pieno titolo anche come soggetto dell’innovazione?

La domanda non riguarda soltanto un riconoscimento formale. Significa interrogarsi sulla possibilità di considerare l’agromeccanico non soltanto destinatario della conoscenza, ma soggetto capace di sperimentarla, adattarla alle condizioni operative e trasferirla concretamente alle imprese agricole.

È una prospettiva che allarga il concetto stesso di innovazione e mette in discussione una visione nella quale la tecnologia viene sviluppata da qualcuno e semplicemente “consegnata” all’agricoltore. In realtà, tra la tecnologia disponibile e il suo utilizzo efficace esiste un passaggio decisivo: quello della competenza di chi la porta sul campo.

Una macchina evoluta richiede persone evolute

Ma la tecnologia, da sola, non basta. La crescente complessità delle macchine e dei sistemi digitali sta modificando profondamente il profilo professionale richiesto alle imprese agromeccaniche. Non basta più saper utilizzare una macchina: occorre comprenderne i sistemi elettronici, interpretare i dati, gestire piattaforme digitali e conoscere le logiche dell’agricoltura di precisione.

Nel confronto, anche attraverso gli interventi di Sandro Liberatori, è emersa una delle questioni più delicate per il futuro del settore: la disponibilità di personale qualificato.

Il problema non è soltanto trovare operatori, ma trovare giovani capaci di lavorare con macchine e sistemi sempre più sofisticati. E la formazione non può essere considerata soltanto una responsabilità delle imprese o delle associazioni. Serve un coinvolgimento più ampio del sistema pubblico e la costruzione di percorsi capaci di riconoscere e certificare le competenze.

Nel dibattito è stata richiamata anche l’esperienza della Toscana relativa alla qualificazione dei formatori. Da qui può partire una riflessione più ampia sulla possibilità di arrivare a una figura di “contoterzista certificato”, nella quale professionalità, formazione e requisiti siano riconoscibili e verificabili.

Non sarebbe soltanto un modo per qualificare l’offerta. Sarebbe anche uno strumento per dare maggiore trasparenza a un’attività che assume responsabilità crescenti nei processi produttivi.

Ed è qui che il tema della formazione si intreccia con una delle principali richieste di CAI Agromec: la costituzione di un Albo nazionale degli agromeccanici.

Un Albo nazionale per riconoscere una professione

L’Albo è il tema nel quale le esigenze economiche del settore incontrano più direttamente quelle istituzionali.

Gianni Dalla Bernardina, presidente di CAI Agromec indica nell’esperienza dell’Albo regionale delle Marche un possibile modello di riferimento per costruire una disciplina nazionale. L’obiettivo non sarebbe soltanto dare un riconoscimento formale a una categoria che già esiste nei fatti, ma definire requisiti, professionalità e responsabilità. Perché il tema dell’Albo è strettamente collegato a quello della qualità.

Più il contoterzista assume un ruolo centrale nei processi produttivi, più diventa importante poter distinguere un servizio professionale da una semplice prestazione occasionale. E più aumentano le responsabilità legate alla sicurezza, alla gestione delle macchine, alla corretta esecuzione delle operazioni e alla gestione delle informazioni.

Il passaggio fondamentale, dunque, è non chiedere soltanto il riconoscimento di una categoria, ma costruire le condizioni perché quella categoria possa essere riconosciuta come professione qualificata.

In questo senso, Albo e certificazione potrebbero diventare due facce della stessa evoluzione: da attività spesso percepita come ancillare rispetto all’agricoltura a professione con requisiti, competenze e responsabilità definite.

Dal campo al dato: la sfida dell’interoperabilità

Un’altra questione emersa nel dibattito riguarda i dati.

La digitalizzazione dell’agricoltura sta producendo una quantità crescente di informazioni sulle lavorazioni, sui trattamenti, sui terreni e sulle operazioni effettuate dalle macchine. Ma il dato può diventare una risorsa soltanto se i diversi sistemi riescono a comunicare tra loro.

Da qui l’importanza dell’interoperabilità, anche nel rapporto con il Sian e con gli strumenti amministrativi e di controllo.

La digitalizzazione può semplificare enormemente la gestione delle informazioni, ma può anche generare nuovi problemi se gli strumenti di controllo non tengono conto della realtà operativa di chi lavora in campo.

Nel confronto è stato evocato il rischio che la registrazione digitale di alcune operazioni, come i trattamenti fitosanitari, possa trasformarsi paradossalmente in una sorta di “autodenuncia” per l’operatore.

La sfida non è quindi essere favorevoli o contrari alla digitalizzazione. È costruire sistemi nei quali il dato prodotto dalla macchina e dal lavoro dell’agromeccanico diventi uno strumento di efficienza, tracciabilità e semplificazione, non un ulteriore fattore di rischio burocratico.

È un passaggio decisivo anche per l’evoluzione dell’agricoltura di precisione: se la tecnologia deve produrre dati utili per decidere meglio, quei dati devono poter circolare fra macchine, imprese, piattaforme e istituzioni senza trasformarsi in una nuova barriera.

Investire sì, ma in modo sostenibile

C’è poi la questione economica. L’agromeccanico deve investire continuamente. Le macchine diventano più costose e tecnologicamente sofisticate, il personale deve essere formato, aumentano i costi di gestione e il gasolio continua a rappresentare una voce essenziale. Il problema è quindi anche quello di costruire tariffe coerenti con i costi reali.

Gli interventi di Maria Teresa Maschio e Andrea Borio hanno consentito di allargare la riflessione al rapporto fra imprese agromeccaniche, costruttori e rete della meccanizzazione. Nel dibattito è emerso anche un richiamo alla responsabilità dei commercianti e dei concessionari: l’innovazione richiede investimenti, ma questi devono essere sostenibili.

Il rischio è alimentare un circuito nel quale l’impresa acquista continuamente nuova tecnologia senza riuscire a recuperare adeguatamente il capitale investito attraverso le tariffe.

È un tema che riguarda tutta la filiera. Costruttori, concessionari, imprese agromeccaniche e aziende agricole devono contribuire a costruire un mercato nel quale l’innovazione sia economicamente sostenibile e non soltanto tecnicamente possibile. Perché anche la macchina migliore, se genera un investimento che l’impresa non riesce a recuperare, rischia di trasformarsi da strumento di competitività in fattore di fragilità.

Le regole devono seguire la trasformazione

Sul tavolo rimangono quindi alcune richieste molto concrete avanzate da CAI Agromec.

Gianni Dalla Bernardina ha richiamato il tema dell’Albo nazionale e della necessità di un riconoscimento coerente con il ruolo svolto dalla categoria. Gianluca Ravizza ha posto l’accento sulla sostenibilità economica dell’attività, stretta fra costi del gasolio, personale, manutenzione e ammortamenti. Michele Pedriali ha riportato invece il tema sul capitale umano: senza giovani adeguatamente formati, anche il più moderno parco macchine rischia di non esprimere tutto il proprio potenziale.

Fra le questioni dibattute, anche l’accesso a contributi e incentivi in condizioni paritarie rispetto alle imprese agricole, il credito d’imposta sul gasolio, l’aggiornamento delle tariffe, la revisione delle norme sulla circolazione stradale e quella delle macchine agricole.

Tematiche diverse, ma che riconducono tutte allo stesso problema: se l’agromeccanico svolge una funzione strategica per il sistema agricolo, le politiche pubbliche devono tenerne conto quando progettano strumenti di sostegno, innovazione e regolazione.

Anche la revisione delle macchine deve quindi essere affrontata con un criterio di proporzionalità, tenendo conto delle caratteristiche delle imprese professionali e dell’intenso utilizzo del loro parco macchine.

Il punto non è chiedere meno sicurezza o meno regole. È chiedere regole coerenti con il ruolo e con la realtà operativa delle imprese.

Una nuova infrastruttura dell’agricoltura

La riflessione emersa dai Georgofili porta infine verso una prospettiva più ampia. Il contoterzista può essere considerato un servizio di prossimità per il territorio agricolo: una presenza capillare capace di mettere a disposizione non soltanto una macchina, ma tecnologia, competenze e capacità organizzativa.

Questo diventa particolarmente importante in un’agricoltura caratterizzata da aziende frammentate e da una crescente difficoltà nel sostenere autonomamente investimenti e professionalità.

L’agromeccanico può quindi rappresentare un elemento di continuità produttiva e, allo stesso tempo, un punto di contatto fra agricoltura e innovazione. Ma per svolgere questo ruolo occorre una categoria forte, professionalizzata e riconoscibile.

Il confronto dell’Accademia dei Georgofili lascia una conclusione netta: il contoterzismo non è più soltanto un pezzo della meccanizzazione agricola. È diventato un pezzo dell’organizzazione dell’agricoltura italiana.

Lo dimostrano le superfici lavorate, il peso nelle principali operazioni agricole, gli investimenti in macchine e tecnologie e il ruolo crescente nella gestione dei processi produttivi.

La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi colmare la distanza fra questa realtà economica e produttiva e il suo riconoscimento istituzionale.

Un Albo nazionale può rappresentare un primo passaggio, ma non può essere il punto di arrivo. Serviranno formazione, certificazione delle competenze, accesso equo agli strumenti di sostegno, regole adeguate per macchine e circolazione, sistemi digitali interoperabili e un rapporto più strutturato con ricerca, consulenza e formazione. Soprattutto servirà, una nuova consapevolezza.

L’agricoltura del futuro non avrà bisogno soltanto di aziende agricole più efficienti. Avrà bisogno di una rete di imprese e professionalità capaci di mettere tecnologia e competenze a disposizione del maggior numero possibile di aziende.

In questa rete, il contoterzista è destinato ad avere un ruolo sempre più centrale.

Contoterzismo, da servizio a infrastruttura dell’agricoltura italiana - Ultima modifica: 2026-10-07T10:41:34+02:00 da Eugenio Occhialini

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