Calzolari, contoterzisti per caso

Foto di gruppo per il team Calzolari. In prima fila, ai due estremi, Mirco e Davide
La sorprendente storia di Davide Calzolari, che sognava un futuro da impiegato in Irlanda e si è trovato a caricare bietole a Rolo. Oggi gestisce un’azienda con 25 dipendenti e dice: «Dopotutto mi diverto, in questo lavoro non ci si annoia mai»

Essere figli di contoterzisti aiuta certamente, quando si muovono i primi passi nel settore. Si dice anzi che chi non ha questo requisito ben difficilmente potrà farcela. Ed è sicuramente vero, per gli investimenti che servono ancor prima di aprire la porta del capannone, per le conoscenze nell’ambiente e anche per l’enorme vantaggio di avere una clientela già selezionata. Non è, tuttavia, una regola inviolabile. Anzi, per alcuni aspetti, approcciarsi all’agromeccanica provenendo da esperienze diverse può essere un vantaggio. Se non altro, per l’apertura mentale che queste esperienze possono offrire.

È un po’ la storia di Davide Calzolari, che con il padre Mirco gestisce un’azienda da 13 dipendenti fissi e una cinquantina di mezzi a Rolo (Reggio Emilia). E dunque Davide è figlio d’arte. Tuttavia, come vedremo, quando subentrò al padre nella guida della ditta si può ben dire che iniziò da capo, almeno per quanto riguarda parco macchine e, in parte, clientela. Soprattutto, iniziò con una mentalità assai lontana da quella tradizionale, avendo fatto studi letterari e poi amministrativi. «In effetti — conferma lui — nei miei progetti di vita c’era tutto, tranne che fare questo lavoro. Anche se, devo dire, ora che ci sono dentro lo faccio con piacere e anche divertimento. Quantomeno, è un lavoro vario in cui non ci si annoia mai. Anzi, in certi momenti non sarebbe male potersi annoiare un po’», scherza. Sentiamo, allora, la sua storia.

La collaborazione con i concessionari John Deere si estende oltre il recinto di trattori e mietitrebbie

Dalla scrivania al trattore

L’azienda compie cinquant’anni esatti. Fu infatti fondata da Mirco nel 1976, per fare un lavoro assai specifico: piantare pali nei vigneti. «Mio padre iniziò da zero, senza essere di famiglia contadina, con un trattore da 40 cavalli e una piantapali. Qualche anno dopo si specializzò in bieticoltura, come attività praticamente esclusiva. Dapprima con una mono-fila, poi con la bi-fila, fino ad arrivare alla Holmer. La prima mietitrebbia – continua Davide – arrivò soltanto nel 1995», dunque ben vent’anni dopo l’avvio della ditta.

Al giro del millennio, l’azienda attraversò un momento di crisi, legato anche alla difficoltà di far rendere come dovuto i terreni in gestione autonoma. Arrivò poi, a complicare ulteriormente le cose, l’Ocm zucchero. «Da un giorno all’altro passammo dall’avere 900 ettari di bietole da cavare al non saper più cosa fare», ricorda Davide. Fu allora che Mirco chiese al figlio di entrare nella ditta per dare il suo contributo, forte delle idee giovanili e dell’esperienza accumulata. «A quei tempi avevo 22 anni e mi ero iscritto alla facoltà di Lingue. Volevo lavorare girando il mondo, ma nel mentre avevo frequentato anche un corso post-diploma di gestione aziendale. Due anni che, devo dire, mi hanno insegnato moltissimo e mi sono tornati estremamente utili nel lavoro autonomo». È così che Davide deve chiudere un capitolo della sua vita e aprirne uno totalmente diverso. «In una settimana passai dalla prospettiva di un periodo di lavoro in Irlanda, previsto per l’autunno successivo, al caricare bietole sui bilici con un escavatore, senza nessuna idea di come si usasse un escavatore, sebbene avessi spesso aiutato mio padre durante le vacanze estive. Dovetti imparare tutto da zero, portando nel lavoro ciò che avevo appreso nell’industria».

Argo Tractors e John Deere si dividono il parco macchine dell’azienda. Li affiancano Ocmis per gli irrigatori e Claas per le macchine da raccolta

La rinascita

Davide si reinventa dunque imprenditore agromeccanico e dopo l’ovvio periodo di apprendimento dei fondamentali, prende in mano l’attività di famiglia. «Iniziai a mettere a frutto le sole cose che sapevo fare, ossia la gestione aziendale e la programmazione, basata su dati e numeri. Ancor oggi ho la mania dei numeri, il mio computer è pieno di fogli Excell per qualsiasi cosa. Ne ho uno, per esempio, con la previsione della capacità di investimento da oggi al 2030 e presto andrò avanti di qualche anno. In questo modo so, in qualsiasi momento, quanto possiamo indebitarci per acquistare macchinari o mezzi tecnici senza mettere a rischio la stabilità economica della ditta».

Tre, in sostanza, le linee di azione decise dal giovanissimo Davide: diversificare l’attività, tagliare drasticamente ogni spesa inutile e rimettere in pari il bilancio della gestione diretta dei terreni. «Ebbi la fortuna di riuscire a trasformare la gestione dei terreni da zavorra in fonte di guadagno, che oggi vale circa un terzo del fatturato, e di scegliere, per sostituire la bieticoltura ormai defunta, alcune attività richieste dal mercato. Fu preziosa anche la revisione delle spese. Faccio soltanto un esempio: smettendo di acquistare il carburante a credito dalle ditte fornitrici e facendoci invece prestare i soldi dalle banche, a un tasso certo e stabilito a priori, riuscimmo a risparmiare in un solo anno 30mila euro di interessi. Capii allora che una delle prime doti dell’imprenditore dev’essere la versatilità, ossia la capacità di adattarsi alle condizioni del momento. Del resto, come diceva Darwin, non è il più forte a sopravvivere, ma chi sa adattarsi meglio all’ambiente». Un adattamento che lo porta, per esempio, a giostrarsi tra finanziarie dei costruttori e istituti bancari per i finanziamenti delle macchine. «Ci sono momenti in cui la finanziaria del concessionario è conveniente, soprattutto quando le vendite non vanno bene. In altre fasi, però, è senz’altro preferibile aprire un mutuo con la banca, facendola diventare un partner nella nostra attività».

I colori di Landini ornano praticamente tutti i trattori sotto i 130 cavalli

Mani libere, sempre

Spirito di adattamento e capacità di cambiare prospettiva sono probabilmente le due caratteristiche che meglio descrivono l’operato di Calzolari. Nella scelta delle macchine, per dirne una, ma anche delle nuove tecnologie. Basti dire che nel suo capannone troviamo, ruota a ruota, John Deere e Argo Tractors, e che pur avendo decine di mezzi del Cervo l’azienda non usa, per mappatura, telemetria e raccolta dati, l’ambiente proprietario che tutti conoscono (Star Fire, JD Link, Operation Center). Si affida invece a tecnologia cinese — Fj Dynamics, per la precisione — che ha sperimentato in modo quasi pionieristico. «Acquistai la prima guida automatica sei anni fa, via internet, trattando direttamente con la casa madre cinese. Quando mi arrivò, praticamente in Italia non c’era assistenza o quasi. Infatti, non avendo competenza nel settore faticammo non poco a farla funzionare. Alla fine fu risolutivo l’intervento di New Agri, società con sede a Piacenza, che commercializza Fj Dynamics. Da allora — prosegue Calzolari — non abbiamo più avuto alcun problema. Abbiamo quindici o sedici sistemi di guida automatica, che funzionano perfettamente e sono oltretutto molto intuitivi e semplici da usare, una volta installati. Li possiamo spostare da un mezzo all’altro, fanno raccolta dati di lavorazione, mappatura, guida automatica, dosaggio variabile e anche il livellamento. Tanto è vero che sulle nostre livelle, due Fontana, non usiamo sistema laser, ma il satellitare Fj».

Resta da capire perché, avendo trattori predisposti per lavorare con uno dei migliori sistemi per l’agricoltura di precisione oggi sul mercato, Calzolari si sia incaponito per andarsi a cercare una soluzione in estremo Oriente. «Essenzialmente — risponde — perché mi piace avere le mani libere. Non voglio sistemi chiusi e quello di John Deere, pur eccellente, è piuttosto chiuso. Soprattutto, non volevo essere vincolato a un solo marchio, né essere costretto a servirmi di due o tre piattaforme diverse. Oltre metà dei nostri trattori sono infatti del gruppo Argo Tractors, per cui avrei avuto difficoltà a unificare i dati con le macchine John Deere. In questo modo, tutte le informazioni finiscono in un solo posto e le posso usare come voglio».

Davide Calzolari preferisce, quando può, acquistare le macchine da aziende italiane. Per semina e lavorazione del terreno si affida principalmente al gruppo Maschio Gaspardo

Senza marchi di riferimento

Occupiamoci allora di quest’altra particolarità di un’azienda per nulla convenzionale. Non è impossibile trovare un agromeccanico che usi John Deere per le alte potenze e Landini per gli utility, ma una realtà che divida quasi al 50% il proprio parco macchine è piuttosto rara. «Questa è un’altra bella storia — ci dice Davide Calzolari — e risale a parecchi anni fa. Avevamo avuto Landini per un certo periodo, ma non ero molto soddisfatto, per cui passammo progressivamente a John Deere. Qui in zona, una quindicina di anni fa, ci furono però diverse riorganizzazioni della rete vendita, per cui non si sapeva bene a chi rivolgersi. Contemporaneamente, Argo Tractors fece una chiara scelta in favore della qualità senza compromessi e del resto basta guardare le sue macchine attuali per averne conferma. E infatti il primo McCormick X8 che comprammo, dopo una lunga pausa, ha ormai ottomila ore e non si è mai rotto. Forti di questa prima esperienza, acquistammo diverse macchine Argo Tractors: Landini per gli utility e McCormick per le alte potenze. Attualmente abbiamo tre X8, quattro X7, un X6 e parecchi Landini di bassa potenza. Per quanto riguarda John Deere, un 9 RX e due serie 8, un RX e un gommato 8R, più quattro mietitrebbie e altri trattori. Ora che il territorio è stato affidato ad Agribertocchi, le incertezze sul referente e sull’assistenza sono state risolte. In ogni caso — conclude Calzolari — per me i trattori restano dei mezzi di lavoro, non una scelta di campo. Devono funzionare bene e soprattutto essere seguiti bene nel post-vendita».

Due Lexion Claas completano il parco trebbiatura, mentre in azienda non vi sono trinciacaricatrici. «Una scelta precisa, legata alle caratteristiche del territorio: il 70% della superficie che lavoriamo ha il 50% di argilla e quasi il 50% di limo. Se non facciamo la preparazione tra luglio e agosto, non la facciamo più; di conseguenza, non c’è spazio per trinciare». Nonostante ciò, l’azienda gestisce i terreni per un impianto di biogas — trinciatura a parte, ovviamente — oltre ad avere 700 ettari in gestione diretta, affidati a Calzolari da proprietari avanti con gli anni o dai loro eredi.

Comprare italiano

Torniamo però alle macchine. Argo Tractors e John Deere per i trattori, Ocmis per l’irrigazione, Mazzotti per i trattamenti e Maschio Gaspardo per la semina. «Quando possibile, preferisco comprare italiano, per dare una mano all’economia nazionale. Con ciò, non toccatemi i miei due spandiconcime Kverneland, forse l’acquisto migliore mai fatto. Sotto una tettoia, troviamo anche una Thr 85 di Mts per la raccolta dei pomodori. «È un settore relativamente nuovo, per noi. Ci siamo avvicinati al ciclo del pomodoro dieci anni fa e dopo qualche campagna di sperimentazione, ora siamo arrivati a 130 ettari. È un settore che trovo affine al mio carattere, che predilige la programmazione e la certezza dei numeri all’improvvisazione. Per lo stesso motivo mi trovo bene a lavorare con l’industria: date certe, nessuna sorpresa, pagamenti puntuali. Con il pomodoro è uguale: tutto prestabilito, dal trapianto alla raccolta al prezzo. Il massimo, per me».

Dal 2016 l’azienda ha iniziato a seguire il ciclo del pomodoro

Passione per le filiere

Quella del pomodoro non è che l’ultima filiera a cui si è affiliato Calzolari. «Lavoriamo da sempre con le filiere alimentari ed è stato, con gli occhi di oggi, forse un errore, visto che dopo alcuni anni buoni, ora i prezzi sono troppo bassi». La filiera era del resto un approdo naturale per questo contoterzista sempre alla ricerca della massima pianificazione possibile. «Lo abbiamo fatto anche per dare prospettive di guadagno ai clienti. Radunavamo un certo numero di ettari e poi li andavamo a proporre a vari referenti. Abbiamo organizzato, e ancora lo facciamo, filiere per il grano alimentare, il mais alimentare, il grano da seme e altro ancora. Ma non c’è più l’entusiasmo di prima. Con questi prezzi come potrebbe esserci, del resto? Comincio a pensare che l’unica salvezza per l’agricoltura siano le coltivazioni a destinazione energetica, dove ancora gira un po’ di denaro».

Specialisti in concimazione

Un’altra attività che l’azienda segue con particolare attenzione è la fertilizzazione dei terreni. Con ogni mezzo: minerale e organico. Per quanto riguarda il primo, dopo anni di sperimentazione, Calzolari lavora oggi esclusivamente con il dosaggio variabile, grazie al quale è riuscito a ridurre l’apporto di azoto sui cereali vernini anche del 40%. «Siamo partiti da un problema, ossia l’allettamento ciclico delle colture, e pian piano, a forza di rifinire, siamo arrivati a 100 unità di azoto. Distribuito a dosaggio variabile e con prodotti specifici, a lenta cessione, somministrati in più passaggi. In questo modo abbiamo buone rese e zero allettamenti».

La distribuzione di digestato e reflui è altrettanto importante per l’azienda. «Lavoriamo con carri-botte, ma soprattutto con sistemi ombelicali trainati da trattori con gommatura extralarge. Soluzione, che trovo sicuramente preferibile per il rispetto del terreno e la qualità del lavoro. Nel 2025 siamo arrivati a 400 ettari di vernini e medica fertilizzati in questo modo. Certamente, è un cantiere che richiede terreni adatti — campi grandi, meglio se raggiunti dalla rete di distribuzione —- e un cantiere molto ben organizzato, dal momento che deve rifornire sistemi che distribuiscono 250 metri cubi di prodotto per ettaro. Tuttavia è un’attività che dà molte soddisfazioni e se dipendesse da me, farei solo concimazione, semina e trattamenti. Tre settori in cui si guadagna bene, mentre con la trebbiatura, fatti tutti i conti, c’è da perderci».

L’azienda conta ben sei mietitrebbie, di cui due marchiate Claas

Iniziare da zero si può

Giunti alla fine di questa lunga chiacchierata, Calzolari tiene a fare una precisazione: «Ho raccontato la mia storia non per mettermi in mostra, cosa a cui non tengo proprio, ma per dimostrare che si può fare questo lavoro anche partendo con pochi mezzi e con ancor meno esperienza. Non è facile, occorrono impegno e dedizione, ma è possibile. Alla fine, il lavoro del contoterzista non è male: non ci si annoia mai e si deve anche far lavorare il cervello, per trovare sempre un modo migliore per fare le cose. In più è un mondo in piena evoluzione, attraverso il quale si può osservare il progresso tecnologico: a mio parere, entro un decennio assisteremo all’arrivo dei robot. Anzi alcuni sono già qui. Ci sono i droni, per esempio, e infatti sto studiando per il brevetto di pilotaggio. Soprattutto in una zona come questa, dove con il bagnato è impossibile entrare in campo, poter fare trattamenti o diserbi senza calpestare il terreno, sarebbe una benedizione».

Calzolari, contoterzisti per caso - Ultima modifica: 2026-04-23T16:06:53+02:00 da Roberta Ponci

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