Tambussa, quando l’impresa è micro

Pietro Tambussa
Pietro Tambussa lavora da solo, con una mietitrebbia e alcuni trattori, soprattutto Same. Svolge però un ruolo essenziale nella comunità agricola, permettendo ad alcune piccole aziende di continuare a coltivare

Ci sono le grandi aziende agromeccaniche, con decine di dipendenti e centinaia di attrezzi, e poi ci sono le piccole e piccolissime realtà. Certamente non paragonabili alle prime, ma anch’esse importanti per sostenere l’agricoltura, soprattutto in aree marginali, dove l’agricoltore medio arriva a malapena a 30 ettari di superficie e un grosso contoterzista farebbe fatica a rapportarsi con realtà al limite dell’amatoriale. Non così il piccolo agromeccanico, che conosce i clienti uno per uno, talvolta da decenni. E quando i più anziani si ritirano, spesso subentra nella conduzione dei terreni, trasformandosi egli stesso in agricoltore.

Contoterzismo in zona Gavi

È un po’ la storia di Pietro Tambussa, agromeccanico di terza generazione, oggi a capo di un’azienda individuale che fa più o meno ogni tipo di lavoro. Ma, soprattutto, cura l’intero ciclo colturale per alcune grosse realtà e poi coltiva i propri terreni, di proprietà e in affitto. «Esattamente. Abbiamo due grandi clienti, per i quali gestiamo l’intera superficie, e poi aziende più piccole che si servono di noi per alcune lavorazioni, in particolare per la raccolta dei cereali. Inoltre, siamo coltivatori dei terreni che abbiamo in affitto e, in minor misura, in proprietà». Che ammontano, conclude Pietro Tambussa, a circa 200 ettari, seminati a cereali e colture estensive in genere. Quelle possibili in un’area che non è collinare ma nemmeno pianeggiante.

«Siamo nella zona tra Novi Ligure e il Gavi. Poco più su rispetto a noi cominciano i vigneti: basta salire di qualche chilometro verso la collina e si incontrano soltanto viti. Più giù, invece, dominano i cereali. Qui da noi si fa un po’ quel che si riesce, considerando che siamo su terreni non irrigui. Un tempo c’era una bella superficie a mais, ma, con il cambiamento climatico, il mais senza irrigazione non viene. Allora abbiamo ripiegato sul girasole, che anche nelle annate peggiori fa un po’ di produzione. È sufficiente una pioggia nel momento giusto. E se proprio non dovesse piovere, i terreni in zona sono forti abbastanza da consentire comunque una buona produzione».

In aggiunta al girasole, prosegue Tambussa, si seminano grano e talvolta colza. Non la soia, che pure in Piemonte ha una solida tradizione. «Non qui. L’abbiamo provata, qualche volta, ma si va troppo in là con la raccolta. Se viene una pioggia, diventa difficile entrare nei nostri campi. Soprattutto, in quelli in pendenza».

Tre generazioni di meccanica

L’orografia è in effetti essenziale per capire l’agronomia di un territorio. Terreni collinari o comunque in pendenza, con suolo forte e tendente all’argilloso non sono certo un invito al lavoro con macchine da 200 quintali su fondo bagnato. «Per questo motivo, essenzialmente, preferiamo chiudere la raccolta quando la stagione ancora tiene», conclude Tambussa. Che, comunque, spiega anche come si cerchi di fare programmazione delle colture per non trovarsi con decine di ettari da raccogliere in pochissimi giorni. «Sui miei terreni e su quelli che gestisco totalmente attuo una variazione di coltivazioni per avere una certa scalarità nella trebbiatura. Altrimenti, lavorando da solo e con una sola macchina non saprei come uscirne», ci dice.

Non è stato sempre così. Quella dei Tambussa è infatti un’azienda storica per il territorio, dal momento che fu avviata dal nonno dell’attuale titolare, circa un secolo fa. «Lui faceva il trebbiatore con le macchine fisse. Mio padre iniziò in quel modo, poi arrivarono le prime mietitrebbie, quelle ancora coi sacchi. Fu mio padre (Giampiero, ndr) ad aprire ufficialmente l’attività di contoterzismo, che era però intestata a mia madre, Isabella Fossati. Ma lei non era una prestanome, anzi: andava spesso sui trattori, me la ricordo bene ad aiutare mio papà. All’epoca, vedere una donna sul trattore era una cosa abbastanza insolita, ma lei non si faceva problemi».

Se chiediamo a Pietro in che epoca ha iniziato a lavorare col padre, semplicemente non ci sa rispondere. «Eh, chi lo sa… Da sempre, in fondo. Quando ero un adolescente, usavo già una delle due mietitrebbie che avevamo. Al mattino mio padre la portava nel campo, poi veniva a spostarla quando avevo finito».

Legati a Treviglio

Alla scomparsa di Giampiero, Pietro si è trovato a lavorare da solo. «Ho pensato più volte di prendere un aiuto, ma se devo essere onesto, un dipendente richiede troppa burocrazia. E anche le norme di sicurezza cambiano totalmente. Per esempio, per la piccola officina che abbiamo. Finché ci lavoro io è un conto, se dovesse esserci uno stipendiato sarebbe da rivedere quasi totalmente».

Così, ha continuato da solo e il modo per farlo senza abbandonare i clienti è stato passare a macchine più produttive. «Ho venduto le due mietitrebbie che avevo, due vecchie New Holland, e ho comprato una Fendt 5255 L che fa il lavoro di tutte e due. È la prima Fendt che ho, in passato abbiamo avuto New Holland e prima ancora Claas. Va bene, ma ci ha dato qualche noia con l’elettronica. Fortunatamente ci assiste un ottimo meccanico della concessionaria, la Casella Macchine agricole di Carpaneto Piacentino, che spesso riesce a risolvere i problemi anche soltanto con una telefonata. E quando serve, prende il furgone e viene qui a vedere cosa non va».

Mietitrebbia Fendt, dunque, ma trattori rigorosamente rossi. Rosso-Treviglio, per essere precisi. I Same sono infatti la larghissima maggioranza del parco macchine. Sotto al capannone di Pietro Tambussa ne troviamo una decina, a coprire un arco temporale di circa 40 anni: dai primo Ottanta all’ultimo quinquennio. Abbiamo per esempio un Centurion e un Jaguar che giovanissimi non sono di certo, mentre l’ultimo arrivato è un Iron 200, vecchio di pochi anni. «È la macchina per l’aratura, fondamentalmente. Per i lavori pesanti, ma non così pesanti, usiamo un Agrotron 165 e poi un Lamborghini». Completano il parco macchine un secondo Lamborghini, 135, e un Agrifull, sostanzialmente un sotto-marchio di Fiat Agri, in voga tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta.

Macchine certamente non nuovissime, ma comunque ancora efficienti. «Diciamo che se dovesse arrivare l’obbligo di revisione, ne avremmo parecchie da far passare. Ma visto come si sono messe le cose con la revisione, è probabile che vada in pensione, prima che arrivi l’obbligo effettivo». Tambussa scherza, ma sa anche essere serio: «Dovrebbero venirne fuori, in un modo o nell’altro. Saranno quindici anni che ne parlano senza arrivare da nessuna parte».

Agrifull 110, a metà tra collezionismo e lavoro, ma comunque ancora utilizzato per attività di piazzale

Aratura in declino

Se il parco trattori mostra i segni dell’età, non così si può dire per le attrezzature. Troviamo infatti pezzi tutt’ora in produzione, come le seminatrici di Maschio Gaspardo (una Nina e poi una combinata), o un rullo cutter della Rol-Ex, ditta polacca che si sta facendo conoscere anche in Italia.

«È un ottimo attrezzo. Lo usiamo in combinata con un ripuntatore, per sostituire l’aratura. Con un solo passaggio distruggiamo gli stocchi di girasole o eventuali infestanti cresciute dopo la trebbiatura e contemporaneamente arieggiamo il terreno. Poi facciamo un giro con una dischiera e siamo pronti per seminare. Anzi, se il terreno è buono, entriamo direttamente con la combinata. Ormai, per le semine autunnali l’aratro non si usa più. Facciamo aratura, al limite, sui terreni dove semineremo a primavera. In questo modo abbassiamo i costi sia per noi sia per i clienti. Che spesso sono aziende piccole, da 20 o 30 ettari, che è poi la dimensione media in questa zona. Visto che i nostri prodotti non hanno un gran prezzo e la Pac è in costante discesa, cerchiamo di ridurre i costi di produzione per star bene noi e loro».


Dai vecchi trattori ai trattori antichi

Alcuni dei Same d’epoca ristrutturati da Pietro Tambussa e ora parte della sua collezione

Pietro Tambussa non abbandona la meccanica agricola nemmeno nel tempo libero. Quel poco che ha, ci racconta, lo dedica infatti ai trattori d’epoca, che iniziò a collezionare con il padre Giampiero. «Lui inizialmente raccoglieva vecchie moto. Fui io a portarlo verso i trattori, cominciando con un Allgaier che era stato del nonno».

Giampiero Tambussa, padre di Pietro

Attualmente, sotto il capannone ha una quindicina di pezzi e ancora una volta il marchio Same è dominante.

«Ne abbiamo otto o nove, tra cui un Samecar, un misto tra trattore e camion che fu realizzato in pochissimi esemplari. Poi un 250, con cui nel 2025 ho vinto una gara di aratura e fatto il giro dello Stelvio. Quindi un 360, due Ariete e poi due Steyr, un Fendt Dieselross… Quando ho tempo ne rimetto a posto qualcuno, ma il tempo è sempre meno, purtroppo».

Tambussa, quando l’impresa è micro - Ultima modifica: 2026-01-21T14:53:20+01:00 da Ottavio Repetti

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