Pernold, coltivare conservando l’umidità

Simon Pernold in posa di fronte al John Deere 6155R
In Bassa Austria, Simon Pernold gestisce con i genitori 160 ettari a seminativo puntando su minima lavorazione, cover crop e tecnologie mirate per proteggere il suolo e ridurre la perdita d’acqua

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Simon Pernold ci accoglie con lo sguardo deciso di chi, a 24 anni, ha già scelto la propria strada. Lavora nell’azienda agricola di famiglia insieme ai genitori e parla della campagna con idee molto chiare. «Siamo un’azienda familiare: io e i miei genitori gestiamo 160 ettari a seminativo, con frumento, orzo, mais, girasole e barbabietola da zucchero come colture principali».

La famiglia Pernold coltiva queste terre da generazioni. Siamo nella zona di Mistelbach, nel Land della Bassa Austria, a nord di Vienna e non lontano dal confine con la Repubblica Ceca.

La capitale resta a circa mezz’ora di strada, ma il paesaggio è già quello agricolo dell’Europa centrale: campi ampi, colline dolci e vento costante. È un territorio senza vere montagne, ma nemmeno completamente pianeggiante, dove l’acqua non è sempre garantita e ogni lavorazione deve essere pensata anche in funzione della conservazione dell’umidità nel suolo.

Seminatrice di precisione Monosem a sei file abbinata al John Deere 6155R

Una storia familiare tra continuità e cambiamento

La storia dell’azienda ha radici molto più profonde, addirittura risalenti al 1830. Quasi due secoli di continuità familiare, fino ad arrivare ai giorni nostri con modi completamente differenti di intendere l’agricoltura.  Per esempio, negli ultimi vent’anni i Pernold si sono orientati verso sistemi di minima lavorazione in cui la rotazione è il primo strumento di equilibrio. L’alternanza segue una logica semplice e chiara: un anno cereali, l’anno successivo una coltura da rinnovo come mais, girasole o barbabietola da zucchero.

Quest’anno le superfici sono suddivise tra circa 60 ettari di cereali, 30 ettari di mais, 37 ettari di girasole, 12 ettari di barbabietola e una piccola parte a prato stabile. Il girasole negli ultimi anni ha guadagnato sempre più spazio, come ci spiega Simon: «quest’anno ne abbiamo più del solito. Il prezzo è interessante e nella nostra zona cresce bene, soprattutto perché non richiede grossi apporti di acqua». Il girasole si adatta infatti alle condizioni secche, tipiche della Bassa Austria dove la pioggia non è mai garantita e il vento asciuga i terreni. Anche il mais riesce a cavarsela, pur soffrendo quando la stagione diventa troppo asciutta.

Più complessa è invece la barbabietola da zucchero. «È la coltura più difficile – ammette Simon –. Bisogna entrare in campo sei o sette volte per i trattamenti. Se fai un errore, rischi di compromettere tutto. Inoltre, dobbiamo sempre sperare nella pioggia, non essendoci in questa zona la possibilità di irrigare». Il conferimento avviene verso la multinazionale delle commodities alimentari Agrana, riferimento quasi obbligato per la filiera zuccheriera austriaca. Molti agricoltori della zona stanno riducendo le superfici a barbabietola e cercando colture più adatte alle condizioni attuali, tra cui il girasole: si inserisce bene nella rotazione e oggi offre prospettive di mercato interessanti.

Operazioni di raccolta della barbabietola da zucchero con macchinario Ropa Tiger 6

Minima lavorazione

I Pernold praticano la minima lavorazione da lunga data, e l’aratro è ormai soltanto un lontano ricordo. «Non lo usiamo più. Da circa vent’anni lavoriamo con sistemi di minima lavorazione. Ridurre i passaggi e conservare l’umidità sono requisiti fondamentali nel nostro areale». Prima della semina dei cereali viene generalmente effettuato un solo passaggio superficiale, a una profondità di circa cinque-dieci centimetri, con un coltivatore a dischi. Per le colture a file, come mais, girasole e barbabietola da zucchero, il terreno viene lavorato ancora più superficialmente, a circa tre-cinque centimetri, con un preparatore a denti elastici. In Austria questa tecnica è conosciuta come Mulchsaat, una semina su terreno parzialmente coperto da residui, utile per contenere erosione e perdita di umidità. «Ci proviamo su tutte le colture: mais, girasole, barbabietola e cereali. Se le condizioni lo permettono, lavoriamo poco. Se invece serve, interveniamo in modo più incisivo, con lavorazioni più profonde, ma sempre senza rivoltamento degli strati e limitando i passaggi».

Spandiconcime Rauch Axis EMC al lavoro su frumento

Il motivo principale di queste scelte è legato alla scarsa disponibilità di acqua. «Qui è spesso molto secco. Non abbiamo irrigazione, quindi possiamo solo sperare nella pioggia». A questo si aggiunge il vento, molto presente in Bassa Austria. «Capita che piova nelle regioni vicine, ma la pioggia non arrivi fino a noi. Il vento la porta via verso altre zone, contribuendo all’ulteriore inaridimento dell’area». In queste condizioni ogni passaggio inutile ha un costo doppio: consuma gasolio e fa perdere umidità al terreno. Per questo Simon guarda con interesse anche al no-till, che potrebbe avere un ruolo maggiore nei prossimi anni. «Nel prossimo futuro dovremo lavorare di più in questa direzione: meno passaggi, meno sforzo e più efficienza. Dobbiamo riuscire a fare più ettari in meno tempo, con costi più bassi, mantenendo buone rese e terreni sani».

Semina di cover nel periodo autunnale. Il seme è distribuito a spaglio tramite tramoggia pneumatica applicata all’erpice a dischi Lemken Rubin

Cover crop strategiche

Le cover crop sono un altro elemento centrale, seminate normalmente in agosto dopo la raccolta dei cereali. Il gelo invernale termina naturalmente la coltura, così che in primavera basta solitamente una sola lavorazione prima della semina. «Con le cover crop abbiamo molto materiale organico sul terreno e non abbiamo problemi di erosione autunnale». Anche il mais contribuisce al mantenimento della sostanza organica. Simon raccoglie la granella e lascia in campo gran parte della biomassa.

«Quando raccogliamo il mais, portiamo via solo la granella. La pianta resta sul campo ed è positiva per l’humus e la struttura del suolo». Non avendo allevamento, l’azienda non dispone di reflui zootecnici; pertanto, una volta all’anno viene acquistato digestato da un vicino impianto di biogas e distribuito sui terreni. Questo, insieme alla gestione dei residui colturali, cover crop e lavorazioni superficiali, contribuisce all’aumento della sostanza organica.

La semina del mais avviene in aprile, quando il terreno è sufficientemente caldo. Prima arrivano le barbabietole, tra inizio e metà marzo, poi i girasoli e infine il mais. La stessa seminatrice viene adattata alle diverse colture cambiando i dischi: una soluzione coerente con l’obiettivo di sfruttare al massimo le macchine disponibili e tenere sotto controllo i costi.

In primavera il calendario si concentra rapidamente. Prima la concimazione, poi la lavorazione superficiale, quindi la semina. In seguito, arrivano i trattamenti e, se necessario, ulteriori interventi di fertilizzazione. La barbabietola resta la coltura più impegnativa, perché richiede più passaggi e lascia meno margine di errore. Il girasole, al contrario, si conferma più adatto alle condizioni degli ultimi anni. «Molti agricoltori avevano barbabietole. Con prezzi sempre più bassi, diversi stanno smettendo e cercano alternative. Il girasole, con il nostro clima, funziona bene sia in termini agronomici che di reddito».

Il ciclo del mais viene gestito interamente dai Pernold, tramite essiccatoio e silos di proprietà. «Essicchiamo il mais, lo mettiamo nei silos e poi lo vendiamo quando pensiamo sia il momento giusto. Il mercato resta prevalentemente regionale, all’interno della Bassa Austria, ma lo stoccaggio consente maggiore flessibilità rispetto alla vendita immediata dopo la raccolta». Come spesso accade, una buona gestione e logistica del prodotto si traduce in maggiore libertà commerciale, per spuntare qualche euro in più sul mercato.

Claas Tucano 580 equipaggiata con testata mais Olimac Drago a sei file

Macchine affidabili e tecnologia senza eccessi

Il parco macchine racconta bene l’impostazione dell’azienda Pernold: pochi marchi di riferimento, mezzi conosciuti e investimenti senza eccessi. Per i trattori, la scelta è John Deere. In azienda lavorano un 6410, un 6800 e un 6155R, con potenze comprese tra i 100 e i 190 cavalli. Il 6410 ha per Simon un valore particolare, non solo affettivo. «Secondo me è uno dei migliori John Deere di sempre. Non voglio darlo via, è una sorta di ricordo aziendale».

La presenza del marchio americano in azienda dura da circa trent’anni. Il rapporto con l’assistenza resta fondamentale. «Abbiamo un buon rapporto con il dealer locale, ma non è l’unico motivo. Le macchine funzionano bene, sono affidabili e siamo soddisfatti. Non vediamo motivo di cambiare, non avendo mai riscontrato difetti particolari o fermi macchina prolungati. Piccole noie, tipiche di qualsiasi marchio». Accanto ai John Deere resta anche una vecchia gloria, un Massey Ferguson 165, ormai più legato alla passione che al lavoro quotidiano.

Per la raccolta, invece, la fiducia va a Claas. L’ultima arrivata è una Tucano 580, acquistata usata in Germania. La macchina, del 2021, è entrata in azienda lo scorso anno per sostituire una Claas Medion 310 ormai sottodimensionata rispetto alle superfici da raccogliere. «La macchina precedente non aveva più capacità e produttività sufficienti per servire clienti e terreni aziendali. Con la Tucano va molto meglio». La barra cereali è da 7,7 metri, mentre per il mais viene utilizzata una testata Drago a sei file. La mietitrebbia potrebbe gestire anche una testata a otto file, possibilità che Simon non esclude per il futuro. Oltre alla raccolta aziendale, «la produttività della Tucano ha permesso di aumentare la quota di lavoro contoterzi in estate e in autunno. Un buon modo per contribuire a coprire i costi della macchina in breve tempo». Sulla scelta del marchio, Simon ha pochi dubbi. «Credo che, sulle mietitrebbie, Claas sia il riferimento migliore del mercato. Avevamo già esperienza con Claas e non ci ha mai tradito, sia in termini di produttività che di affidabilità».

Claas Tucano 580 impegnata nella raccolta del grano tenero

La dotazione per la lavorazione del terreno è coerente con la scelta della minima lavorazione. Molte attrezzature lavorano su larghezze attorno ai tre metri, dimensione adatta alla struttura aziendale e ai trattori disponibili. Prima della semina si interviene normalmente con una dischiera Lemken Rubin, mentre per le altre colture viene utilizzato un preparatore a denti elastici del marchio AgriFarm. Anche la seminatrice viene adattata alle diverse colture cambiando i dischi, così da poter lavorare mais, girasole e barbabietola con la stessa macchina. Tra le attrezzature principali troviamo anche uno spandiconcime Rauch Axis e un’irroratrice Amazone UG 3000 Super con barra da 21 metri. Quest’ultima dispone di controllo automatico delle sezioni ogni tre metri. «Non è a livello di singolo ugello, ma il controllo sezioni c’è ed è molto utile, soprattutto su appezzamenti irregolari o in presenza di capezzagne complesse».

L’azienda utilizza anche sistemi Gps e sta testando mappe di prescrizione per la concimazione, elaborate a partire da immagini satellitari. Le mappe indicano dove distribuire più o meno fertilizzante, mentre il trattore adegua il dosaggio in campo. «Per ora siamo in fase di prova. Mi piace, ma non puoi giudicare una tecnologia dopo un solo anno. Serve tempo per capire se funziona davvero». Per la barbabietola da zucchero, invece, la scelta è diversa. La coltura richiede diversi passaggi durante la stagione, ma per la raccolta Simon si affida a un vicino contoterzista dotato di macchine Ropa. L’investimento in una raccoglitrice specializzata non sarebbe giustificato dal carico di lavoro attuale.

La stessa attenzione ai costi guida anche gli investimenti futuri. «Il momento è piuttosto complesso per assicurare una buona redditività agli agricoltori. I prezzi dei prodotti non sono molto buoni, mentre le macchine costano tantissimo. Spero che migliori, ma intanto dobbiamo sempre cercare di migliorarci e lavorare al meglio». La decisione per un nuovo trattore è per ora rimandata ai prossimi anni, ma Simon sa che ogni acquisto dovrà essere valutato con prudenza.

John Deere 6410 su campo di barbabietole con Amazone UG 3000 Super (barra da 21 metri)

Equilibrio senza eccessi

La famiglia Pernold segue un approccio equilibrato: curiosità verso l’innovazione, ma senza eccessi. «La tecnologia deve dimostrare il proprio valore nei campi dell’azienda. Macchine e mezzi tecnici hanno raggiunto costi molto elevati, ogni investimento deve essere giustificato».

Il futuro, per Simon, passa da una serie di miglioramenti progressivi. Più efficienza, maggiore attenzione al suolo, uso mirato della tecnologia, un graduale passaggio al no-till e una gestione sempre più accurata delle cover crop rappresentano le nuove sfide. «Il nostro obiettivo è produrre in modo più efficiente, mantenere buone rese, avere terreni sani e costruire humus – sintetizza Simon –. A maggior ragione in Bassa Austria, dove il vento può portare via la pioggia e l’acqua non si può dare per scontata».

L’azienda guarda avanti senza perdere il legame con la propria storia. Dal 1830 a oggi molto è cambiato, ma non il legame con la terra e i valori tramandati dalla realtà familiare. Con la convinzione chiara che il futuro dell’azienda parte prima di tutto dal suolo.

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Pernold, coltivare conservando l’umidità - Ultima modifica: 2026-09-21T10:10:05+02:00 da Roberta Ponci

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