Le energie rinnovabili possono essere uno degli strumenti per uscire dalla crisi

I conti in tasca al business del biogas

Le energie rinnovabili possono essere uno degli strumenti per uscire dalla crisi. È questo il messaggio che, dal presidente degli Stati Uniti Obama alla Commissione europea, si sta facendo strada nello scenario economico mondiale. E, a parere di molti, la green economy ha tutte le carte in regola affinché nei prossimi anni possa attrarre importanti flussi d'investimento e creare nuovi posti di lavoro.

Le energie rinnovabili possono essere uno degli strumenti per uscire dalla crisi. È questo il messaggio che, dal presidente degli Stati Uniti Obama alla Commissione europea, si sta facendo strada nello scenario economico mondiale. E, a parere di molti, la green economy ha tutte le carte in regola affinché nei prossimi anni possa attrarre importanti flussi d'investimento e creare nuovi posti di lavoro.

In tale contesto l’agricoltura può avere un ruolo di primo piano, non solo come fornitrice di biomassa destinata a impianti industriali (produttori di biocarburanti e di energia da biomasse legnose), ma anche come produttrice stessa di energia. In particolare nel segmento del biogas in cui sono disponibili impianti di dimensioni tali da essere alla portata della capacità d’investimento di una singola impresa agricola o agroalimentare, la quale può in questo modo recuperare energia dallo smaltimento dei suoi rifiuti di lavorazione – processo che molto spesso rappresenta, al contrario, un costo: si pensi ai reflui zootecnici degli allevamenti suini e bovini o agli scarti delle imprese di macellazione – o destinare al processo parte della propria produzione.

Per far luce su questo tema, Nomisma, in collaborazione con Cpl Concordia, ha effettuato uno studio che ha valutato il rendimento economico dell’investimento per alcune tipologie di impianti a biogas (alcuni già in funzione e altri in fase di progettazione), differenziate per materia prima utilizzata e per taglia di potenza.

L’analisi è stata condotta per le seguenti quattro case histories: azienda agricola con impianto di biogas da biomasse agricole, azienda agricola con impianto di biogas da reflui zootecnici bovini, impresa di compostaggio con impianto di biogas da rifiuti biodegradabili e altri scarti agroalimentari, impresa di macellazione con impianto di biogas da sottoprodotti dell’attività di macellazione (sangue, grassi, rumini ecc.) ed effluenti zootecnici degli allevamenti conferenti.

Per ognuna si è misurato il tempo di pay-back semplice dell’investimento, ossia del tempo necessario a generare flussi di cassa, al netto dei soli costi di manutenzione, che compensino l’investimento iniziale, in funzione della vecchia normativa (pre–2008), dell’attuale tariffa fissa omnicomprensiva di 220 €/MWeh prodotto per gli impianti a biogas di potenza e  di quella in arrivo che considera i ricavi calcolati in base alla normativa in discussione alla Camera nelle prossime settimane e già approvata al Senato il 14 maggio scorso, con cui la tariffa fissa omnicomprensiva per gli impianti a biogas di potenza dovrebbe essere innalzata a 280 €/MW.

Il fine è stato proprio quello di quantificare l’entità del miglioramento introdotto dalla normativa incentivante nell ultimo biennio in alcuni impianti tipo. Ebbene, supponendo un funzionamento a pieno regime e cioè una disponibilità di materia prima sufficiente ad alimentare 24 ore su 24 gli impianti per almeno 11 mesi all’anno (si considera un mese complessivo per le manutenzioni) i tempi di pay-back semplice dell’investimento appaiono decisamente affrontabili: con la normativa in arrivo, in particolare, saranno quasi dimezzati rispetto al passato e oscilleranno tra i 2 e i 4 anni, in base anche alle caratteristiche dell’impianto (nel caso dell’impresa di compostaggio viene infatti utilizzata una tecnologia «a secco» maggiormente onerosa).

L’attività agroenergetica si propone quindi come uno dei principali strumenti a disposizione, in un’ottica multifunzionale, per diversificare il reddito aziendale. Per taluni imprenditori agricoli, per cui è già stato coniato il termine di «energicoltori», potrà diventare addirittura l’attività principale (esistono già diversi pionieri), con la trasformazione in energia dell’intera produzione.

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