In futuro verranno sempre più premiati sistemi colturali che producono ma rispettano l’ambiente

AgriBlu, la via italiana sostenibile e competitiva

L’agricoltura del nostro paese è articolata e complessa, si differenzia per sistemi colturali molto eterogenei, con gravi ed irrisolti problemi di sostenibilità e di competitività.

L’agricoltura del nostro paese è articolata e complessa, si differenzia per sistemi colturali molto eterogenei, con gravi ed irrisolti problemi di sostenibilità e di competitività. Riguardo alla sostenibilità, certamente l’erosione del suolo, che in molti casi interessa anche il sistema urbano e periurbano, rappresenta un problema diffuso ma ciò nonostante è veramente difficile convincere gli operatori e gli amministratori locali ad una maggiore attenzione dell’Agricoltura al territorio, attraverso idonee politiche per favorire adeguate azioni di protezione.

I TRE CAPISALDI DELLA NUOVA VIA AGRONOMICA
L’Agricoltura Blu, recentemente introdotta tra le misure agro ambientali del PSR della Regione Veneto, rappresenta un modello razionale di produzione sostenibile e competitiva, pienamente compatibile con il sistema agricolo perché basato su tre principi fondamentali:
1) la permanente copertura del suolo da residui colturali per almeno il 30% della superficie;
2) la semina diretta o la minima lavorazione, senza inversione degli strati;
3) gli avvicendamenti colturali.

L’integrazione di questi fondamentali principi, oltre a favorire condizioni ottimali per la funzionalità e lo sviluppo radicale, un maggiore approfondimento ed un regolare approvvigionamento di acqua e di nutrienti per le piante coltivate, determina altri vantaggi: aumento della percentuale di infiltrazione, maggiore ritenzione idrica, incremento della sostanza organica, migliore struttura del suolo, minori costi meccanici, minore forza lavoro. A cui vanno ad aggiungersi positivi effetti indiretti correlati alla gestione dei residui colturali in superficie: riduzione della temperatura del suolo e dell’evaporazione idrica superficiale, mitigazione del gradiente della velocità del vento e attività suolo-interfaccia atmosferica. Questi aspetti si relazionano anche alla conservazione della sostanza organica nelle regioni semi-aride che rappresenta uno dei maggiori problemi nello sviluppo di agro-ecosistemi sostenibili e competitivi. Questa sfida è particolarmente importante dove i residui colturali sono una fonte alimentare per gli animali, come nel caso degli ambienti semi-aridi. In queste particolari situazioni, il valore economico della paglia dei cereali influenza in modo notevole le decisioni che riguardano la gestione dei residui colturali. Teoricamente, le tecniche di gestione dei residui colturali devono essere scelte in modo da aumentare le rese delle colture con minimi effetti dannosi per l’ambiente. I risultati delle ricerche e prove sperimentali dimostrano che nessuna tecnica di gestione è superiore alle altre, in tutte le condizioni, a causa del gran numero di fattori che determinano la resa finale, quali la qualità dei residui, la tecnica di gestione ed i fattori edafici, lo stato sanitario della coltura precedente e la loro interazione con le diverse pratiche colturali.

I principi fondamentali, applicabili mediante le molteplici scelte tecniche disponibili per l’adozione dell’Agricoltura Blu, confermano che non esiste una tipologia applicativa unica ma differenziata per ogni ambiente di coltivazione. Purtroppo la diffusione delle tecniche “Blu”, seppur semplificate, si estende lentamente perché in alcuni casi non vengono rispettati i principi fondamentali: avvicendamenti colturali, gestione del suolo attraverso la copertura, riduzione o eliminazione delle lavorazioni per favorire la biodiversità del soprassuolo e del sottosuolo.

La gestione dei residui colturali come presupposto fondamentale, riduzione del transito dei mezzi meccanici ed operazioni colturali eseguite in condizioni idonee, rappresentano alcuni dei notevoli progressi tecnici raggiunti per contrastare il compattamento superficiale ed il conseguente ristagno idrico nelle prime fasi di sviluppo delle colture, che può compromettere la contemporanea ed uniforme emergenza delle piante.

Nell’ottica della sostenibilità competitiva che sempre più riceverà l’attenzione del mercato, per valorizzare sistemi colturali che producono e allo stesso tempo proteggono l’ambiente, si può corrispondere anche alle richieste di qualità dell’industria di trasformazione, sempre che vengano correttamente impiegati i principi fondamentali alla base del sistema di gestione della produzione.

Considerati gli obiettivi e i diversi campi di applicazione delle specifiche politiche di sviluppo, spesso finalizzate anche ad altri comparti ambientali, le disposizioni anche se attuate nella loro interezza, offrono una difesa frammentaria e incompleta del suolo, una risorsa essenzialmente non rinnovabile e un sistema molto dinamico che svolge numerose funzioni e fornisce servizi essenziali per le attività umane e la sopravvivenza degli agro-ecosistemi. In tale contesto mentre la protezione dell’acqua, dell’aria e della biodiversità hanno rappresentato il fulcro delle iniziative a favore dell’ambiente, la salvaguardia del suolo è diventata solo di recente una priorità, anche se la qualità del suolo è vitale per la produttività delle attività agricole. Infatti, il normale tasso di formazione del suolo agrario è considerato nell’ordine di una tonnellata per ettaro ogni anno, di conseguenza sarebbero necessari più di 100 anni per poter costituire un centimetro di nuovo soprassuolo; tutto ciò implica che il suolo deve essere – a maggior ragione – considerato come una risorsa naturale non rinnovabile.

APPLICARE UN SISTEMA INTEGRATO DI GESTIONE

Similmente, l’acqua pura non inquinata è essenziale per la vita degli organismi e la sua quantità e qualità sono sottoposte ad una pressione crescente da parte dei diversi settori produttivi. La sfida a cui sarà chiamata l’agricoltura, quella europea in particolare, nel prossimo futuro sarà produrre i beni necessari nel massimo rispetto dell’ambiente. Questo obiettivo potrà essere raggiunto individuando un insieme di strumenti, un sistema integrato che permetta di conservare,migliorare e rendere più efficiente l’uso delle risorse naturali, combinando la gestione del suolo, l’acqua e la sostenibilità delle risorse naturali. Questi obiettivi rappresentano alcuni dei presupposti fondamentali per l’importanza che rivestono i processi di degrado del suolo e per i meccanismi di responsabilità ambientale che possono porre rimedio all’inquinamento locale, attraverso un adeguato trasferimento dei risultati della ricerca, volto a superare gli ostacoli operativi emetodologici, per indirizzare gli operatori agricoli e quindi le aziende verso le innovazioni tecnologiche. Problematiche affrontate da diverso tempo e nonostante le informazioni sulle cause non sono complete, esistono numerose prove scientifiche, condotte in varie aree delmondo, che individuano nella revisione dei sistemi di produzione attraverso l’adozione di adeguate tecniche agronomiche l’approccio integrato per la gestione sostenibile e la salvaguardia del suolo. In questo rapido e mutevole scenario, l’Agricoltura Blu rappresenta un nuovo sistema di produzione agricola sostenibile per la protezione dell’acqua e del suolo agrario che integra aspetti agronomici, ambientali ed economici, già diffuso a scala mondiale su una superficie di oltre 100 milioni di ettari che nell’assicurare un tornaconto competitivo e duraturo, contraddistingue un modello di gestione integrata delle risorse naturali e di tecnologie innovative, tipiche di una strategia nuova, di una moderna agricoltura vicina all’ambiente “environmental friendly” per soddisfare i fabbisogni attuali senza pregiudicare quelli del futuro.

L’AGRICOLTURA BLU NEI PIANI DI SVILUPPO RURALE
I principi propri dell’Agricoltura Blu sono già stati accettati a livello Comunitario, si tratta ora di renderli applicabili e diffusi a livello nazionale a partire dalla scala regionale, attraverso misure dei Piani di Sviluppo Rurale dedicate a queste nuove opportunità che si generano a livello globale per favorire lo sviluppo locale.

In questo nuovo scenario si inseriscono gli aspetti che riguardano la tutela climatica e le perdite particolarmente rapide ed intense di carbonio organico dal suol
o in seguito alla conversione dei sistemi naturali in sistemi coltivati. Mediamente il 30% del carbonio dei primi 100 cmdi suolo viene perduto nei primi 30-50 anni dal cambiamento d’uso del suolo (Post e Know, 2000). L’entità delle perdite sono massime nei climi freddo-umidi e piùmodeste in quelli caldo-secchi. Accumulare carbonio nei suoli così fortemente depauperati è possibile e le potenzialità sono elevate, purché si persegua un virtuoso uso del suolo e si adottino opportuni sistemi di gestione della produzione agricola. Non tutti i suoli hanno le stesse potenzialità: la granulometria, le caratteristiche del profilo, il clima e l’uso storico condizionano la quantità e la velocità con cui il suolo può accumulare carbonio. Pertanto, com’è facilmente intuibile, il ripristino e il recupero degli ecosistemi fortemente degradati, nel considerare gli aspetti economicamente e socialmente sostenibili, deve valutare quali possono risultare efficienti per accumulare carbonio in modo permanente (boschi, praterie permanenti, ecc.). Più in generale, tutte le pratiche o gli usi del suolo che comportino un incremento negli input di biomassa che ritorna al suolo, una riduzione e progressiva eliminazione delle lavorazioni, una migliore conservazione dell’acqua e degli elementi nutritivi, un miglioramento della struttura del terreno e un incremento della diversità specifica della pedofauna sono potenzialmente utili per sequestrare carbonio nel suolo.

FORTI RIDUZIONI DELLE EMISSIONI IN ATMOSFERA
Ad esempio, il passaggio da un sistema colturale convenzionale, basato sulla lavorazione del suolo, al sistema di gestione della produzione Agricoltura Blu, permetterebbe da una parte di ridurre le emissioni in atmosfera per la disponibilità di elementi nutritivi la cui produzione industriale presenta un costo in termini di carbonio e, dall’altra, di accumulare carbonio nel suolo. Ad esempio 0,86 kg di carbonio sono emessi per produrre 1 kg di azoto. Pertanto, risulta decisivo puntare su fonti alternative alla produzione industriale di fertilizzanti, in particolare di quelli azotati. Tra queste la fissazione biologica dell’azoto atmosferico, la riduzione delle perdite per lisciviazione e soprattutto la gestione dei residui colturali rappresentano una sfida determinante per il futuro dell’agricoltura mondiale. Se sia più conveniente - a livello di bilancio globale del carbonio - utilizzare questi residui come biomasse per la produzione d’energia o stoccarli come C nel suolo, apportando nel frattempo altri elementi nutritivi, è ancora oggi argomento di accese discussioni ideologiche. Tuttavia, occorre porre l’attenzione sulla necessità di considerare in un unico macro-sistema il ciclo dell’acqua e quello del carbonio. Nei climi aridi l’incremento del carbonio organico nel suolo, attraverso sistemi colturali senza le lavorazioni è una strategia vincente per ridurre anche i progressivi rischi di degradazione. Un suolo ricco in CO2, trattenendo con più efficienza l’acqua disponibile, permette di resistere più a lungo nei periodi siccitosi. Quindi accumulare carbonio in questi climi è una win-win option, nella consapevolezza che accumulare carbonio nel suolo non sarebbe di per sé sufficiente a pareggiare l’attuale bilancio. Ma in un contesto così dinamico il tempo diviene, però, una variabile importante. Perseguire una politica virtuosa d’uso e gestione del suolo permetterebbe di guadagnare tempo nell’attesa di valutare le alternative industriali all’uso dei combustibili fossili divenire effettivamente praticabili a livello globale.

L’autore è Ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee presso il Centro di ricerca e formazione in agronomia e produzioni vegetali, Dipartimento di Scienze degli alimenti, Università degli Studi di Teramo

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