Fratelli Pea, i boss della trincia

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Con otto macchine e fino a settanta dipendenti nella stagione calda, i fratelli Pea di Verolavecchia (Bs) sono tra le più grandi aziende italiane. E per gestire la flotta fanno ricorso alla telemetria

Prosegue il nostro viaggio nelle realtà più grandi del Paese: dopo aver visitato i Grignani e l’azienda di Cesarino Rocchi, facciamo tappa in provincia di Brescia per un altro protagonista del contoterzismo italiano: il gruppo Pea. Un’azienda che conta una trentina di trattori, otto trince, quattro mietitrebbie e, quando gira a pieno regime, una settantina di dipendenti, sparsi ai quattro angoli della provincia di Brescia. A gestire il tutto, la famiglia Pea, arrivata ormai alla terza generazione. Scomparso il fondatore, Carlo Daniele Pea, sono infatti i figli Pietro e Luigi Pea, ma soprattutto i nipoti Michele, Carlo e Daniele ad amministrare una ditta divisa tra la voglia di gestire l’attuale e quella di crescere ulteriormente, approfittando degli spazi offerti dall’invecchiamento degli addetti in agricoltura e dalle nuove tecnologie. Alle quali i Pea si stanno convertendo rapidamente, con l’adozione dei rilevatori di produzione sulle macchine da raccolta e del dosaggio variabile sulle seminatrici, ma anche di un sistema di telemetria che, quando sarà a regime, permetterà di tenere sotto controllo l’intera attività aziendale in modo quasi automatico.

Specialisti in trinciatura
La modernità, come per molte altre realtà del contoterzismo italiano, ha profonde radici nella storia. «Fu mio nonno ad avviare l’attività, con una seminatrice a motore. Successivamente – ci spiega Michele Pea – i figli Giuseppe, Pietro e Luigi lo affiancarono, facendo crescere l’azienda. Attualmente, a fianco di Pietro e Luigi ci siamo mio fratello Carlo e io».
Di strada, da quella prima seminatrice, ovviamente, ne è stata fatta tanta. E anche dalle prime mietitrebbie, arrivate negli anni Sessanta. Per non parlare della trinciatura, settore in cui i Pea sono particolarmente attivi.

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I fratelli Pea sono particolarmente attivi nel settore della trinciatura.

«Acquistammo la prima trinciacaricatrice nel 1977 – ricorda Luigi – ed era una John Deere a tre file. In effetti siamo sempre stati quasi un monocolore John Deere, anche se oggi per le macchine da raccolta abbiamo soprattutto Claas». Notevolissimo il parco macchine proveniente da Harsewinkel: quattro Lexion e sette Jaguar, tra cui due 980 praticamente nuove e una 970, contro una sola 8600 John Deere. Anch’essa recentissima, comunque. «Anche se abbiamo quasi esclusivamente Claas, devo dire che il passo avanti fatto da John Deere con le ultime serie di macchine è davvero netto», fa notare Luigi.
Gestire otto cantieri di trinciatura non è cosa da poco ed è a causa di questi ultimi se, durante la stagione dei raccolti, il numero di operai arriva quasi a triplicare: dai 25 fissi si passa infatti a una settantina, in media. «Il settore è cresciuto molto con l’avvento del biogas e naturalmente ci siamo dovuti adeguare. Facevamo trinciatura anche prima, perché nella nostra zona le stalle abbondano, ma ovviamente avevamo meno macchine», racconta ancora Luigi.
Gli incentivi per il biogas e il fiorire dei digestori hanno spinto i Pea a inseguire un settore che si mostrava promettente. «Al momento serviamo 12 impianti, che ci danno parecchio lavoro, anche perché i terreni sono spesso lontani dalla sede aziendale, per cui un cantiere necessita di molti carri a servizio. Tuttavia – conclude Pea – le stalle sono ancora il nostro punto di forza: non dimentichiamo i nostri vecchi clienti e non li abbiamo trascurati quando c’è stato il boom dei digestori. Anzi: per politica aziendale, se possiamo fare qualche euro di sconto lo riserviamo ai clienti storici. Non ci interessa conquistarne di nuovi abbassando i prezzi. Anche perché siamo convinti che fare concorrenza sul prezzo non renda». Farsi pagare, dunque, a fronte di un servizio che chiaramente dà qualcosa in più degli altri. «La guerra dei prezzi non ci spaventa: il prezzo è importante, ma un servizio di un certo tipo ci rende vincenti su una concorrenza basata soltanto sugli sconti», sostiene Daniele Pea. E aggiunge: «Tra le altre cose, noi diamo certezza del servizio. Se Michele assicura che un determinato giorno arriviamo, il cliente può star certo che in quel giorno saremo là. Preferiamo avere un po’ meno lavoro ma accontentare l’agricoltore, piuttosto che farlo aspettare. Naturalmente, gli agricoltori si parlano e queste cose se le dicono».
A dimostrare quanto l’attenzione verso gli allevatori sia elevata, i Pea si sono dotati di due impianti per Shredlage, la nuova tecnica di trinciatura che prevede taglio lungo e sfibramento dello stocco attraverso uno speciale rompigranella. Un metodo assai di moda e che sembra dare ottimi risultati produttivi, oltre a migliorare la salute della mandria.

Verso la telemetria
Lavorare con otto trince, in campi spesso lontani dallo stoccaggio, richiede un notevole investimento in capitale umano, come si usa dire. In anni in cui molti contoterzisti faticano a trovare un paio di uomini in più per i momenti difficili, può essere complicato mettere assieme una trentina di uomini per fare la stagione dei raccolti. «In realtà, non molto. Abbiamo la fortuna di trovare il personale senza grandi problemi, per cui abbiamo potuto selezionare, nel tempo, una squadra di ragazzi davvero in gamba. Giovani, peraltro: l’età media è sui 30 anni», ricorda Daniele. Oltre che sui macchinari, insomma, i Pea hanno investito sugli uomini e gli sforzi fatti sono stati ripagati.

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Anche la trebbiatura ha un ruolo importante nell’attività aziendale.

Anche perché avere operatori under 40 rende più semplice introdurre le nuove tecnologie, cui, come abbiamo visto, i Pea stanno ricorrendo a piene mani. Per la semina, innanzitutto, con tre macchine predisposte per il dosaggio variabile: «Già da quattro anni facevamo semina con il Gps per evitare le sovrapposizioni. Da quest’anno abbiamo aggiunto il rateo variabile, grazie a due macchine con dosatore elettrico – una Vaderstad e la Gaspardo Renata – e a una Kinze a controllo idraulico», ricorda Michele.
Accanto alla semina e alla mappatura delle rese, cui abbiamo accennato sopra, spicca il progetto di telemetria realizzato in collaborazione con Cobo, una ditta bresciana che si distingue, nel mercato dell’elettronica, per la sua volontà di attrezzare con tecnologie di precisione non soltanto i trattori più moderni, ma anche macchine assolutamente datate e prive di elettronica. «La soluzione proposta dalla Cobo – spiega Daniele – ci è piaciuta proprio perché si rivolge a tutti i trattori e a tutti gli attrezzi presenti in azienda, non soltanto alle macchine più recenti ed equipaggiate».
In sostanza, Il sistema prevede di installare sensori su tutte le macchine – non soltanto sui trattori, ma anche sugli attrezzi – e di collocare un rilevatore di badge su ogni trattore. In questo modo, quando un operatore sale a bordo è immediatamente riconosciuto e abbinato, per quel giorno, a quel determinato mezzo. Siccome il sensore dell’attrezzo comunica anch’esso con la centralina sul trattore, i gestori del sistema sanno, in ogni momento, dove sta lavorando ogni dipendente, che trattore usa e con che attrezzo. Oltre a ciò ricevono tutte le informazioni relative a consumi, produttività oraria, regime motore, eventuali malfunzionamenti eccetera. Il tutto in modo praticamente automatico.

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Il periodo del raccolto
inizia già con i foraggi.

«Un sistema come questo, che è entrato a regime nell’ultima stagione, per un’azienda come la nostra è essenziale – ci dice Michele – perché quando si hanno 70 macchine in giro nello stesso momento non è certamente possibile tenere traccia di tutte quante. In questo modo, invece, basta un’occhiata per vedere se quanto registrato dal computer combacia con il cartaceo che abbiamo in mano e se quindi è tutto a posto».
La rivoluzione tecnologica, a casa Pea, è dunque iniziata e non sembra volersi arrestare. Come non si arresterà, ci dicono i titolari, nell’agricoltura in generale.
«Il progresso tecnologico andrà avanti costantemente, tornare indietro è impossibile. Anche perché – conclude Daniele – operatori che fino a qualche anno fa seminavano con il solo tracciafile adesso senza satellitare si sentono persi. Ormai siamo legati alla tecnologia, indissolubilmente».

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