Fieragricola offre spunti di riflessione

L’inizio d’anno non è favorevole a una grande manifestazione come quella veronese. Proprio per questo è il momento di interrogarsi sulle scelte da fare

A guardare le statistiche, sembra davvero che abbia ragione Matteo Renzi, quando ci dice che l’Italia sta rialzando la testa e non fa più la figura del mendicante con il cappello in mano: la disoccupazione giovanile è al 38%, mentre quella generale ha toccato l’11%.

Ma la produzione industriale resta per ora insufficiente, per un Paese privo di risorse naturali come l’Italia, che deve concentrarsi sul settore manifatturiero e sulle esportazioni; la ripresa – quando ha segno positivo – si misura ancora in “per mille”, mentre non mancano i segnali di un profondo disagio economico e sociale.

Gli analisti sostengono, giustamente, che più che dai provvedimenti del governo, la frenata della crisi o l’avanzamento della ripresa sia stata sostenuta dalla diminuzione della bolletta energetica, con la discesa costante del prezzo del barile di petrolio. Una diminuzione legata, oltre che ad interessi speculativi e di politica estera, alla riduzione dei consumi fatta registrare dai grandi colossi industriali, con la Cina in testa: d’altra parte c’era da aspettarsi che la crescita a due cifre prima o poi si sarebbe ridimensionata.

Tornando entro i nostri confini, nessuno può dire se la difficile situazione attuale sarebbe stata la stessa con il petrolio a ottanta dollari, ma bisogna riconoscere alla fragile maggioranza di governo una certa unità di intenti, che lascia aperte molte speranze. Un brutto inizio d’anno, quello che stiamo vivendo, e un momento davvero poco favorevole per una grande manifestazione come Fieragricola 2016, che si apre oggi all’insegna dell’innovazione tecnologica con numeri di tutto rispetto. Eppure, è proprio nei momenti più bui che bisogna guardare avanti e interrogarsi sulle scelte da fare per uscire dal guado: scelte rese più difficili, in molti casi, per la grave situazione che interessa buona parte del settore primario.

I cereali

Partiamo dai cereali, con quotazioni ormai prossime ai limiti storici e pochi acquisti da parte dell’industria, che sembrano riguardare più che altro il prodotto d’importazione, forse nella speranza di una ulteriore discesa dei prezzi. Sembra quasi che la produzione nazionale venga sistematicamente snobbata a favore di quella estera, di certo più accessibile anche grazie alla diminuzione del costo di trasporto.

E il made in Italy? E la filiera corta? Che fine hanno fatto i buoni propositi di Expo2015? Per sei mesi ci siamo illusi che alle parole seguissero i fatti, che le nostre eccellenze alimentari potessero veramente essere italiane, se non al 100%, almeno per quella parte coperta dalla produzione interna. A parte il mais, che ha una percentuale di approvvigionamento interno prossima al 60-70%, sul grano tenero e duro siamo fortemente deficitari, per non parlare degli altri cereali e delle oleaginose. Ciò che stupisce, tuttavia, è lo scarso interesse manifestato da una parte dell’industria di trasformazione verso il prodotto nazionale, specialmente dove non esistono contratti di filiera tali da legare il prodotto finito alla materia prima e alla sua provenienza. Una parte di colpa è sicuramente ascrivibile ai produttori, nel senso che i contratti di fornitura, oltre a prevedere vincoli qualitativi cogenti, non possono seguire le temporanee impennate dei listini. Nell’ultimo anno, per esempio, quando il prezzo del grano duro era improvvisamente lievitato, molti agricoltori avevano manifestato scarso interesse per i contratti a prezzo bloccato, nell’illusione che le quotazioni fossero in ascesa.

In realtà, come ha ampiamente dimostrato la bolla dei prezzi degli anni scorsi, l’industria non può permettersi di acquistare la materia prima al di sopra di un certo valore: anche quando il listino salì oltre i 500 €/t, le quantità effettivamente scambiate furono minime e limitate allo stretto necessario per non sospendere la produzione. Alcuni produttori, nel corso 2015, hanno addirittura rimandato la vendita del prodotto nella vana illusione di un ulteriore incremento dei prezzi, poi non verificatosi. Sulla scorta delle esperienze recenti, e tenuto conto dell’impossibilità di influenzare un mercato da tempo uscito dalla sfera locale, sarebbe preferibile che ognuno restasse nell’ambito delle proprie competenze.

Gli agricoltori devono produrre meglio, e se possibile di più. Se vogliono entrare direttamente nel mercato, possono al massimo ricorrere alla contrattualizzazione, ma non vivere nella speranza di piazzare la loro partita al momento giusto. Per spostare l’ago della bilancia ci vogliono milioni di tonnellate, di cui nessuno in Italia, e ben pochi in Europa, possono disporre; diversamente bisogna accettare i rischi del mercato e non lamentarsi troppo se il colpo non riesce. Di certo, però, con i listini attuali non c’è davvero trippa per gatti: sono ben poche le colture erbacee che possono superare i 1.500-2.000 euro di fatturato in pianura e i 1.000 in collina. Con questi valori di Plv bisogna ripensare completamente il nostro modello di agricoltura, tagliando senza pietà i costi di produzione.

Il capitale terra

Si dice comunemente che in Italia l’agricoltore medio deve affrontare costi dei mezzi tecnici superiori al resto d’Europa. Questo può essere vero se non si tiene conto della dimensione aziendale, ma un’azienda di dimensione europea – da 100 ettari in su – avrebbe anche da noi un costo unitario paragonabile. Se la superficie media resta intorno ad 8 ha, i costi reali dei mezzi tecnici sono gravati da quelli di distribuzione e trasporto: per ciascuna azienda i costi aggiuntivi incidono almeno 100 volte di più rispetto ad un agricoltore da 1.000 ettari. La cosa è molto evidente per il gasolio, ora che il prezzo è calato: chi ne compra 1.000 litri per volta (almeno 10 scarichi per ogni “uscita” dell’autobotte), finirà per pagare il litro di gasolio assai più di chi ne ritira un carico completo.

La vera tara, per l’agricoltura italiana, è piuttosto nel costo d’uso del capitale terra, tenuto conto che, secondo le statistiche, quasi il 30% della SAU nazionale è condotta in affitto o in comodato; se poi togliamo le colture permanenti – in gran parte in proprietà – la percentuale aumenta ancora. Complice la carenza di terra “buona” ed una certa incapacità nel fare i conti, le quotazioni del mercato fondiario raggiungono spesso valori sproporzionati rispetto alla Plv: chi ha dieci ettari in proprietà – e non riesce a sbarcare il lunario – si illude che raddoppiando la superficie dimezzerà i costi, e sarà disposto ad offrire una fortuna pur di accaparrarsi il terreno.

Le cose stanno ben diversamente, purtroppo: l’incremento della superficie riduce l’incidenza dei costi fissi, ma non tocca in alcun modo quelli variabili. Chi non riesce a tirare avanti con dieci ettari, potrebbe non farcela neppure se avesse la disponibilità gratuita della terra, figuriamoci poi con canoni prossimi al 50% della produzione lorda vendibile. Poco conta se, negli anni seguenti, l’incauto offerente non riesce a pagare l’affitto o va in rovina: il canone diventerà un punto di riferimento per il mercato e contribuirà a formare la quotazione. Quanto si può legittimamente offrire per un terreno in affitto? Con i prezzi attuali, e considerando gli altri costi di produzione, un canone può essere sostenibile se non supera il 25-30% del valore della produzione conseguibile.

Con una Plv di 2.000 euro (seminativo irriguo) si può arrivare a 5-600 euro: per valori superiori bisogna ragionare in termini di risparmi (netti) nei costi di produzione, ma senza che ciò comporti una contrazione nelle rese o nella qualità, per esempio per un minore impiego di mezzi tecnici o per una variazione nella tecnica colturale. È poco? Le quotazioni registrate sulla piazza sono spesso superiori, specialmente nella pianura padana e veneta e lasciano aperti molti interrogativi sulla convenienza economica dell’operazione. Si dirà che non tutte le aziende sono uguali e, in effetti, chi ha 50 ettari in proprietà potrebbe spendere qualcosa di più per arrotondare la superficie: l’acquisizione di altri 30 ettari a 900 €/ha comporterebbe infatti un costo medio della terra di 337,50 €/ha, fra proprietà ed affitto, che potrebbero risultare sostenibili. Se invece i primi 50 ettari fossero tutti in affitto, con canoni di 30.000 euro annui, il nuovo terreno – alle stesse condizioni – porterà il costo complessivo a 57.000 euro all’anno: il prezzo medio del capitale terra salirebbe così a 712,50 €/ha, un valore tale da annullare la redditività. Poi, ci sono tante altre considerazioni, che possono spingere ad acquisire contratti a condizioni ancor peggiori: colture ad alto reddito (sulla carta …), titoli storici da “coprire”, impianti di produzione di biogas che devono acquistare mais sul mercato, l’eterna gara per avere di più del vicino, e altre situazioni di ordinaria follia.

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